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Santuario di San Giuseppe

facciata esterna 2 sg
facciata esterna 2 sg

L'opera del Richini

La chiesa fu progettata con impianto a pianta centrale, in cui si inserisce, sul lato opposto all’ingresso, il profondo parallelepipedo del presbiterio. La struttura dell’aula è assai mossa, con un continuo gioco di superfici concave e convesse, di zone di luce e di ombre profonde, con i possenti pilastri che sostengono il tiburio. A tutto questo movimento pare sottrarsi la zona presbiteriale, connotata da una penombra diffusa, che la stacca in modo deciso dal resto dell’aula:  altro elemento, questo, che connota la profonda adesione del Richini all’architettura post tridentina, fautrice di una netta separazione tra la parte destinata ai fedeli e l’altare: in questo modo viene sottolineato il ruolo del presbiterio, che assurge alla funzione di spazio scenico, nel quale si svolgono le rappresentazioni  della divina liturgia.

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La peculiarità della chiesa di san Giuseppe consiste tra l’altro che essa conserva gli arredi originali, in gran parte pensati da Richini stesso: ne costituiscono un esempio le grandi strutture lignee che incorniciano i grandi dipinti degli altari, anch’essi testimonianza primaria della produzione pittorica del Seicento a Milano. L’Agonia di San Giuseppe, opera di Giulio Cesare Procaccini, realizzata nell’arco temporale che va dalla consacrazione della nuova chiesa, nel 1616, al 1625, data della morte dell’artista.

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Nella cappella di fronte è dipinto un altro episodio della vita di san Giuseppe, lo Sposalizio della Vergine, commissionato a Giovan Battista Crespi, il Cerano, da Scipione Toso, lo stesso che nel 1625 aveva patrocinato il famoso “quadro delle tre mani”, ovvero il Martirio delle Sante Rufina e Seconda, oggi a Brera, realizzato in collaborazione tra Procaccini, Cerano e Morazzone. 
Le altre due pale d’altare che ospita la chiesa documentano l’evoluzione del linguaggio pittorico a Milano nella seconda metà del Seicento: la prima, raffigurante la Predica di san Giovanni Battista, fu realizzata nel 1666 da Giovanni Stefano Doneda, detto il Montalto, su commissione di Giovanni Giussani.

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Si tratta di un’opera della maturità dell’artista, caratterizzata da una drammaticità evidente  e da una  luminosità  che sembra rimandare a modelli neoveneti.
La seconda, sull’altare a destra rispetto al presbiterio, è senza dubbio un lavoro giovanile di Andrea Lanzani, eseguito negli anni subito precedenti il 1675.

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