opere in mostra

Opere in mostra

 

Attributo a Felice Giani - Andromeda

1.6 ATTRIBUITO A FELICE GIANI Andromeda
1.6 ATTRIBUITO A FELICE GIANI Andromeda

ATTRIBUITO A FELICE GIANI

(San Sebastiano Curone, 1758 - Roma, 1823)
 

Andromeda, primo quarto del XIX secolo
olio su tela, 32 × 43,3 cm, Pavia, Musei Civici (inv. P 605)
Bibliografia: Servolini 1952-1953, pp. 37, 52; Zamboni 1961, pp. 459-461, tav. 224; A. Ottani Cavina, in L’età neoclassica 1979, pp. 3, 6; Peroni 1981, p. 65 nota 11; A. Sartori, in Ottocento e Novecento 1984, p. 65; C. Caneva, in Donne d’acqua 1999, pp. 122-123; Ottani Cavina 1999, pp. 15, 45, nota 4; Collina 2000, pp. 71, 76 nota 48; P. Lodola, in Zatti 2002b, pp. 36-37.

Il dipinto – probabilmente un bozzetto finalizzato alla realizzazione di un’opera di dimensioni maggiori, per ora non rintracciata – è citato con sicurezza la prima volta solamente nel 1924 nel verbale di permuta di alcuni dipinti tra il museo e la Scuola di Pittura, sulla base di accordi, i quali prevedevano che al primo sarebbero andate tutte le opere antiche e alla seconda quelle moderne. In tale occasione, è citato come Andromeda ed è assegnato a Felice Giani, forse sulla scorta di un’etichetta un tempo sul retro della tela (oggi conservata staccata nella scheda inventariale) e, stando a quanto riferito dalla critica, di una scritta col nome del pittore sul retro della tela, oggi non più visibile, in quanto l’opera è stata rifoderata. Adriana Sartori ne ipotizza la provenienza dal legato Savoldi del 1917, di cui è noto solamente che comprendeva diciannove dipinti, senza ulteriori specifiche (si veda il registro degli ingressi del museo al n. 402 in data 19 settembre 1917). Paola Lodola propone, invece, di identificarlo, probabilmente sulla scorta di indicazioni riportate da Donata Vicini nella scheda inventariale, con una Venere giacente, indicata al numero 139 dell’inventario dei dipinti del Legato Reale del 1892, compilato dal pittore Pietro Michis. Oltre all’intervento di restauro operato da Paola Zanolini nel 1983, è probabile che il dipinto ne avesse subito uno antecedente, per mano di Giuseppe Maffeis, dal momento che una sua fotografia è presente in una scatola dell’Archivio Chiolini, che riporta la dicitura “Maffeis - Foto quadri, 13-4-1960” (scatola A.31.11).
Il riconoscimento dell’iconografia del dipinto con la rappresentazione di Andromeda viene confermata dall’affiorare, sullo sfondo, delle figure del mostro marino e di Perseo con un mantello rosso svolazzante in groppa al cavallo alato Pegaso, evidentemente previste in un primo momento e successivamente occultate.
L’attribuzione a Felice Giani è stata, invece, oggetto di interpretazioni discordanti. Essa venne sostenuta con convinzione da Luigi Servolini e da Silla Zamboni, che ritenevano la tela pavese come una delle prime opere note del pittore, realizzata a Pavia durante gli anni dell’alunnato presso Carlo Antonio Bianchi. Tale ipotesi fu, invece, rigettata, energicamente e in più occasioni, da Anna Ottani Cavina, la maggiore studiosa di Felice Giani, e ripresa con atteggiamento cauto da Adriano Peroni, che riteneva di non poter escludere che il nostro dipinto fosse l’opera modesta di un periodo più avanzato dell’artista. Di parere ancora diverso è Claudia Collina, la quale assegna il dipinto a Giuseppe Bossi, mettendolo in relazione con altri oli di piccolo formato, come Giove e Callisto della Galleria d’Arte Moderna di Milano o Caino e Abele di una collezione privata di Busto Arsizio, i quali documenterebbero il passaggio di Bossi a una pittura più naturalistica, tra il 1807 e il 1810.

Davide Tolomelli

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