opere in mostra

Opere in mostra

 

Carta idrografica della Lomellina, del Circondario di Pavia e Planimetria della possessione detta Dei Risi nel territorio di Valle Lomellina e Semiana

3.5b Carta idrografica Planimetria
3.5b Carta idrografica Planimetria

a. Carta idrografica della Lomellina, 1877

b. Carta idrografica del Circondario di Pavia, 1884

c. Planimetria della possessione detta Dei Risi nel territorio di Valle Lomellina e Semiana, 1874

a. 89 × 116 cm, in Notizie intorno alle condizioni economiche e civili della provincia di Pavia pubblicate per cura della Camera di Commercio, I, Milano, Stabilimento G. Civelli, 1877, Pavia, Biblioteca Bonetta
b. 46 × 61 cm, in Notizie intorno alle condizioni economiche e civili della Provincia di Pavia pubblicate per cura della Camera di Commercio e corredate di una Carta Geologica e otto Tavole Topografiche, II, Milano, Stabilimento G. Civelli, 1884., Pavia, Camera di Commercio
c. 46 × 79 cm in Notizie intorno alle condizioni economiche e civili della Provincia di Pavia pubblicate per cura della Camera di Commercio e corredate di una Carta Geologica e otto Tavole Topografiche, II, Milano, Stabilimento G. Civelli, 1884. Pavia, Camera di Commercio

Pochi anni dopo l’Unificazione, la Camera di Commercio di Pavia, al fine di illustrare le attività economiche e lo stato della popolazione del territorio, riordinato nel 1859, pubblica il primo di tre volumi dedicati all’argomento (Notizie intorno alle condizioni 1877). La provincia comprendeva allora il Pavese, la Lomellina, il Vogherese e il Bobbiese, oggi ascritto al Piacentino; i primi due circondari, estesi complessivamente su circa 180.000 ettari di cui più di 170.000 coltivabili (inclusa la superficie forestale), erano, come sono tuttora, irrigui; ma, mentre nel primo tale caratteristica era da tempo consolidata, nel secondo era in pieno sviluppo: infatti, l’indagine della Camera si sofferma particolarmente sul recente progresso agricolo lomellino, strettamente legato all’espandersi delle irrigazioni (Notizie intorno alle condizioni 1877, pp. 14 e 89-115; Notizie intorno alle condizioni 1884, pp. 348-350; Pollini 1882; Saglio 1879).
La Lomellina confina a nord con la provincia di Novara, mentre è delimitata a ovest dai fiumi Po e Sesia (che la dividono dal Vercellese, dal Casalese e dal Monferrato); a sud ancora dal Po (che la separa dal Tortonese e Vogherese) e a est dal Ticino (che la divide dal Basso Pavese a sinistra del fiume e dal Milanese). Da notare che nella descrizione dei confini, il Ticino era indicato come linea di demarcazione tra Lomellina e Lombardia, lapsus comprensibile, data la recente annessione della prima, dopo la lunga appartenenza al Piemonte e la breve parentesi francese (Notizie intorno alle condizioni 1877, p. 90).
Il complesso territoriale appena descritto vantava oltre 110.000 ettari coltivabili; esso, tuttavia, non coincideva del tutto con la circoscrizione amministrativa, che ricomprendeva nel Pavese anche i mandamenti di Sannazzaro de’ Burgondi e Cava Manara, collocati a destra del Ticino (ill. a, b).
L’ossatura primigenia del sistema irriguo risale ai secoli XII-XV: la Roggia Mora che deriva le acque a sinistra della Sesia esisteva già nel XII secolo con il nome di Roggia Nuova e cambiò nome quando Ludovico il Moro la fece ampliare e prolungare fino al Naviglio Sforzesco. Sempre dalla Sesia derivano le acque la Roggia Busca (documentata dalla fine del XIV secolo), la Rizzo-Biraga (1488) e il Roggione di Sartirana aperto nel 1387, poi rifatto e ampliato nel 1457. Dal Ticino nascono il Naviglio Langosco (XIV secolo), il Naviglio Sforzesco, la Roggia Castellana (metà del XV secolo) e la Roggia Magna cui si aggiungono acque derivate da fontanili e altre rogge minori alimentate anche dai torrenti Agogna, Arbogna e Terdoppio (Ministero dell’Interno, Ministero dell’Economia nazionale 1925, p. 21 e nota; Landini, pp. 137-138).
Nel 1845, la superficie irrigabile lomellina si aggira attorno ai 55.000 ettari, ma dalla metà del secolo nuovi canali sono scavati a incrementare e razionalizzare la distribuzione delle acque (Farina 1873, pp. 17-20). Le basi dello straordinario progresso agricolo che la Lomellina vive negli anni settanta dell’Ottocento sono gettate invece nel 1866 con l’inaugurazione del Canale Cavour. Realizzato nel 1863-1866 da una Società anonima – la Compagnia generale dei canali d’irrigazione italiani – impegnatasi a cedere allo Stato, dopo 50 anni, tutte le opere costruite, esso nasce a Chivasso, nel Vercellese, da dove capta le acque del Po per attraversare quindi il Novarese e gettarsi infine nel Ticino, poco oltre Galliate, dopo un viaggio di 82,3 km. La portata prevista è di 110 mc/sec e, nel 1869, per far fronte alle frequenti secche estive del Po che potevano ridurla a 40 mc/sec è scavata una derivazione della Dora Baltea presso Saluggia – il Sussidiario Farini – a garanzia della portata massima del Canale.
Tale grandiosa opera d’ingegneria idraulica, nei primi anni d’esercizio mancava però degli indispensabili canali secondari che avrebbero dovuto distribuire le acque alle terre asciutte del Novarese e della Lomellina.
Fondamentale al riguardo è l’apertura, nel 1870, del Diramatore Quintino Sella che dal Novarese, si snoda per oltre 23 km scendendo verso le terre lomelline per poi dipartirsi, nei pressi di Cilavegna, in due subdiramatori, costruiti nel 1872, denominati rispettivamente, Pavia, della lunghezza di oltre 40 km e Mortara, di km 13,5 che sfrutta canali preesistenti per più di 50 km (ill. a). Nel 1874 la Società è sciolta e lo Stato ne riscatta tutti i canali che passano al Ministero delle Finanze; questi nel 1883 acquista le rogge Busca e Rizzo-Biraga cui altre ne seguono negli anni successivi (Buffa 1968, pp. 204-209; Randone 1935, pp.96-99).
Secondo la Camera di Commercio, la superficie irrigua lomellina era di 87.000 ettari nel 1872, 97.000 nel 1878 e oltre 100.000 nel 1882 (Notizie intorno alle condizioni 1884, pp. 348-349), dati ridimensionati dalle rilevazioni successive, ma indicativi di una tendenza al deciso aumento (cfr. Randone 1935, pp. 105-106).
Il Circondario di Pavia al pari della Lomellina è qui considerato come complesso territoriale, delimitato a sud-ovest dal Ticino (che lo divide dalla Lomellina), a sud dal Po (che lo separa dall’Oltrepò Pavese e dal Piacentino), a est dal Lambro (che lo divide dal Lodigiano) e confinante a nord con la provincia di Milano; esteso su circa 60.000 ettari, secondo le rilevazioni del tempo, ne vantava oltre 50.000 irrigabili, cifra, anche in questo caso, successivamente ridimensionata (Notizie intorno alle condizioni 1884, p. 348; Medici 1930, pp. 35-36) (ill. b). Lo stato delle irrigazioni, tuttavia, era ben più avanzato di quello lomellino. Per ragioni di spazio mi limito a citare i più significativi: il Naviglio Grande che, aperto nel XII secolo, alimenta il Naviglio di Bereguardo, il Naviglio di Pavia, derivato dal Naviglio Grande e il Ticinello. Al XVIII secolo risale il Cavo Belgioioso-Speziana e ai primi dell’Ottocento il Cavo Lorini, poi Marocco (ill. b) (Medici 1930, pp. 104-106; Bigatti 1995, p. 78 nota e pp. 78-81).
Protagonisti dell’agricoltura irrigua sono gli affittuari, definiti da Carlo Cattaneo “intraprenditori d’industria agraria” (Cattaneo 1860, pp. 273-274), perché svolgono un ruolo direttivo nell’azienda e dispongono di capitali per il pagamento e la gestione delle acque (arginature e spianamenti dei terreni, scavo e manutenzione di fossi adacquatori e colatori), cui sono legate le principali coltivazioni foraggere. Inoltre hanno i mezzi per acquistare il bestiame da stalla – soprattutto bovino –, importantissimo per la produzione lattiero-casearia, ma anche per la concimazione del terreno con il letame da loro prodotto. Infine, poiché la stalla dà lavoro tutto l’anno, le aziende zootecniche dovevano disporre di mano d’opera fissa residente sul fondo.
Naturalmente anche la risicoltura si espande con l’avanzare delle irrigazioni: nel settore cerealicolo, essa richiedeva – e tuttora richiede – i più ingenti capitali per le spese suindicate relative alle acque e per la numerosa mano d’opera, in gran parte avventizia. Essa era impiegata in limitati periodi dell’anno: in aprile e maggio per la semina, in giugno e luglio per la monda – svolta prevalentemente da donne – e in settembre e ottobre per la mietitura. Da secoli era osteggiata perché accusata di favorire la diffusione della malaria e anche perché non offrendo lavoro tutto l’anno, da un lato, era additata come possibile causa di pauperismo nelle campagne, dall’altro innescava – almeno dal Settecento – correnti migratorie stagionali che, essendo composte in gran parte da donne sole, erano occasione di deprecabile promiscuità tra i generi (Faccini 1976).
Ma, se il sistema irriguo consolidato del Circondario di Pavia aveva favorito l’indirizzo foraggero e quindi zootecnico delle aziende, in Lomellina, la recente trasformazione di terreni da asciutti in irrigui, aveva indotto molti affittuari a optare per la risicoltura, non solo per convenienza – visto il prezzo elevato del prodotto, le cui eccedenze trovavano collocazione sul mercato europeo – ma anche perché spesso, nelle cascine, mancavano stalle adeguate.
La maggior parte dei terreni agricoli lomellini e pavesi apparteneva a enti morali che mettevano all’asta i contratti d’affitto per spuntare il canone più alto possibile; l’agricoltore che si aggiudicava un fondo s’impegnava a non deteriorarlo – pena il pagamento di una penale – e ad apportarvi le dovute migliorie, per le quali sarebbe stato risarcito a fine locazione (che in Lomellina durava generalmente 12 anni, 9 nel Pavese). Per questo motivo, quando un affittuario chiedeva di poter costruire una stalla moderna, anticipandone la spesa, spesso la proprietà glielo vietava per non doverlo rimborsare alla scadenza del contratto (Dell’Acqua 1878, p. 17).
Nel 1873-1876 le risaie lomelline passavano da 22.000 ettari a 25.000 contro i 12.000 del Pavese per superare i 30.000 nel 1877-1882 contro i meno di 10.000 del Circondario di Pavia, perché la concorrenza dei risi asiatici che giungevano nel Mediterraneo attraverso il Canale di Suez, inaugurato nel 1869, rendeva meno remunerativa la coltivazione, consigliando di estendere le foraggere e incrementare la zootecnia. Scelta quest’ultima più facile da intraprendere nel Pavese, le cui cascine erano dotate di stalle adeguate, che in Lomellina; nel primo dei due circondari, infatti, marcite e prati irrigui si estendevano su circa 23.000 ettari contro i 25.000 del secondo che vantava però una superficie più o meno doppia. Il censimento del bestiame del 1881 attribuiva 28.570 tra vacche e giovenche alla Lomellina e 31.777 al Pavese che, sebbene qui considerato nella sua circoscrizione amministrativa (vedi supra), prevaleva nettamente sulla prima per numero di capi all’ettaro (Notizie intorno alle condizioni 1877, p. 47; Notizie intorno alle condizioni 1884, pp. 349-372; Bianchi 2019, pp. 288-289). In tale contesto, i gelsi erano concentrati nelle zone asciutte e diminuivano gradatamente di numero, anche per le malattie dei bachi.
Un esempio di efficace ammodernamento di un fondo lomellino è quello della Tenuta dei Risi di Valle Lomellina e Semiana, che Francesco Inglese aveva acquistato dal duca Litta di Milano nel 1855: esso aveva un’estensione di 300 ettari e presentava terreni mal livellati oltre che una rete irrigua irrazionale, la stalla ospitava soltanto 15 vacche, mentre il riso era la coltivazione principale. Un trentennio dopo, era dotato di una stalla in grado di contenere 120 vacche da latte e il bestiame ammontava in tutto a 240 capi. La rete irrigua, ora magistralmente ordinata, annoverava oltre ai cavi conduttori, gli adacquatori, colatori, sorgivi, divisori e un cavo scaricatore che raccoglieva tutte le colature del fondo (ill. c). Tale opera di ammodernamento si rifletteva sulle colture: il prato occupava 115 ettari e i 185 restanti si dividevano fra ravizzoni, frumento, biada, granoturco e riso. Quello appena descritto era però un caso particolare, essendo il conduttore anche proprietario, dotato di mezzi più larghi di un affittuario, ma il dato preoccupante è che i coloni, pur meglio retribuiti della norma, non lo erano a sufficienza per condurre una vita dignitosa (Notizie intorno alle condizioni 1884, pp. 165-171; Bianchi 2019, p. 295).
Problema grave quello della mano d’opera, che coinvolgeva in misura anche maggiore quella avventizia, locale e migrante e sarebbe deflagrato in tutto la sua violenza nel primo dopoguerra (Crainz 2007; Lombardi 1998).

Emmanuele Maria Bianchi

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