opere in mostra

Opere in mostra

 

Erminio Rossi - Barconi in un canale

4.9 ERMINIO ROSSI Barconi in un canale
4.9 ERMINIO ROSSI Barconi in un canale

ERMINIO ROSSI

(Sannazzaro de Burgundi, Pavia, 1871 - Pavia, 1942)
 

Barconi in un canale, 1920 circa
olio su tavola, 51 × 64 cm, firmato in basso a destra: “E Rossi”, Pavia, Musei Civici, inv. P 1335
Esposizioni: 1963, Pavia, Restauri, n. 17; 2007, Pavia, Quel cielo di Lombardia, n. 27; 2012, Pavia, Paesaggi in quadro, n. 63.
Bibliografia: Peroni 1963, p. 75; Ottocento e Novecento 1984, p. 135; Quel cielo di Lombardia 2007, p. 59; Paesaggi in quadro 2012, p. 9.

Esponente di punta del paesaggismo pavese della generazione di artisti immediatamente seguente a quella di Ezechiele Acerbi, Erminio Rossi fu il miglior interprete della città e della campagna, come anche delle lanche del Ticino, tradotte con attento verismo.
Le sue composizioni sono così realistiche che spesso si possono sovrapporre alle immagini di un altro straordinario interprete del nostro territorio, il fotografo Guglielmo Chiolini (1900-1991), che negli stessi anni frequentava le sponde del Ticino alla ricerca di scorci da immortalare con la sua macchina fotografica. È il caso di questi Barconi, in cui la pittura traduce ciò che l’occhio vede e sente, come la fotografia riesce a imprigionare la luce naturale e a impressionarla sulla lastra.
Rappresentante di una pittura legata alla tradizione impressionista e naturalista, non ignara delle riflessioni e del dibattito sull’arte sviluppati in seno alle esposizioni milanesi e nazionali cui era spesso invitato a partecipare, Rossi aveva adottato un linguaggio stilistico di immediata leggibilità e gradevolezza estetica, conseguenza della libertà e scioltezza delle sue scelte espressive.
Nella sua vasta produzione – colto ed elegante rappresentante della cultura figurativa pavese dei primi decenni del XX secolo – i paesaggi si affiancano ai ritratti, di chiara matrice talloniana.
L’artista infatti era stato allievo di Cesare Tallone all’Accademia di Brera, ed era dunque dotato di una solida base disegnativa; partendo da quella, aveva poi adottato un linguaggio eminentemente cromatico, fatto di pennellate sintetiche e non descrittive, luminose e brillanti, per registrare la sincerità e immediatezza dell’impressione.
Sono le vedute del Ticino, del suo parco, delle zone umide dove il cielo lombardo si riflette nelle acque morte, nelle marcite e nelle risaie, con un efficacissimo gioco di rimandi cromatici, i dipinti in cui con maggiore evidenza si riconoscono gli echi della lezione impressionista; come anche i paesaggi dei boschi in autunno, dove le pennellate a tratti lunghe e sottili descrivono gli agili tronchi bianchi dei pioppi e si integrano con minuti tocchi di colori variopinti a segnare le foglie e l’intrico dei cespugli definiti in punta del pennello, che mettono in vibrazione tutta la composizione, in una sinfonia di tinte dorate e rossastre di grande fascino.
Le sue vedute della campagna e soprattutto del Ticino, di cui – appassionato vogatore – conosceva ogni ansa, ogni lanca, ogni canale secondario, presentate in tante mostre allestite presso il caffè Demetrio, di proprietà della sua famiglia, erano molto ricercate dai collezionisti. Anche il senatore Cortese rimase colpito dalla particolare luce di queste opere e le volle per la propria raccolta, che pervenne ai Musei Civici nel 1960.

Francesca Porreca

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