opere in mostra

Lettera patente della duchessa Bianca Maria Visconti e Lettera patente del duca Galeazzo Maria Sforza

3.3 Lettera patente della duchessa Lettera patente del duca
3.3 Lettera patente della duchessa Lettera patente del duca

a. Lettera patente della duchessa Bianca Maria Visconti, vedova di Francesco Sforza e reggente per il figlio Galeazzo Maria, 22 maggio 1466

b. Lettera patente del duca Galeazzo Maria Sforza, 28 febbraio 1468

Le acque dei fiumi, come quelle dei grandi Navigli lombardi, erano demaniali e per tale ragione il loro beneficio era soggetto a una concessione sovrana (Bigatti 1995, pp. 28-40). Nel secondo Quattrocento, lo stato di Milano stava vivendo un periodo di stabilizzazione politica, con l’affermazione della signoria sforzesca, e di notevole sviluppo economico e demografico, che comportò anche un importante sviluppo agricolo. In questo quadro vanno lette e interpretate le numerose concessioni ducali per l’estrazione d’acqua, i cui destinatari furono tanto importanti istituzioni (comunitarie, caritativo-assistenziali o religiose), quanto eminenti famiglie prossime al potere ducale. Se scorressimo l’elenco dei beneficiari di queste concessioni, troveremmo le più facoltose istituzioni o gli esponenti dei principali casati lombardi, ai quali veniva concesso questo privilegio tanto in chiave economica – per poter colonizzare nuove aree, metterle a frutto o sfruttare l’energia idraulica per i mulini – quanto per la funzione sociale che il controllo delle acque permetteva di ottenere (Roveda 1984).
Da queste primigenie concessioni, infatti, sarebbero derivati dei canali principali dai quali i piccoli-medi proprietari avrebbero potuto ottenere diritto di derivare acqua per i propri fondi. In questo modo, attraverso l’accesso all’acqua si definivano (e certificavano) delle gerarchie sociali e si favoriva la costruzione di una rete di fedeltà tanto nei confronti delle élites locali, quanto del potere statale. Queste istituzioni e le famiglie nobili avevano del resto interessi plurimi sui territori per i quali ottenevano il diritto di derivazione delle acque, giacché spesso erano grandi proprietari terrieri e non di rado godevano di diversi diritti feudali. In questo contesto vanno lette le pergamene esposte in questa mostra, relative a diversi privilegi concessi alla famiglia Gallarati nell’ambito dei vasti possedimenti che aveva già acquistato in Lomellina. La più risalente, quella del 22 maggio 1466, è una lettera patente della duchessa Bianca Maria Visconti, vedova di Francesco Sforza e reggente per il figlio Galeazzo Maria, con la quale concesse al cortigiano e affine ducale Pietro Gallarati (Covini 2008, pp. 259-260) e ai suoi successori l’irrevocabile diritto di estrarre acqua dal fiume Sesia nel tratto compreso fra Vercelli e Langosco, nello specifico per far muovere dodici ruote di mulino. Si tratta, ovviamente, di documenti molto preziosi, che i beneficiari conservavano con cura, perché i diritti acquisiti grazie a queste patenti erano spesso riconosciuti anche dalle dominazioni successive. Il documento che presentiamo è un esempio emblematico in tal senso, come dimostrano le annotazioni e i bolli aggiunti alla pergamena, datati 1885, a testimonianza della persistenza del privilegio a oltre quattro secoli di distanza e attraverso diversi domini o entità statuali (dagli Sforza ai Savoia e dallo stato di Milano al regno d’Italia).
La seconda pergamena, invece, permette di seguire un tratto del lungo cammino percorso da questi privilegi, spesso oggetto di conferme, che divenivano il pretesto per ottenere nuovi diritti e concessioni. In questo caso, il 28 febbraio 1468, il duca Galeazzo Maria Sforza confermava a Pietro Gallarati il diritto di riscuotere il cosiddetto “imbottato delle biade, vino e fieno” (un’imposta che doveva teoricamente gravare sulla produzione di questi generi) e i “redditi” che si derivavano dal feudo di Cozzo e alcune altre località della Lomellina, in conformità alla patente già concessa ai Gallarati il 5 febbraio 1465 da Francesco Sforza e dei privilegi imperiali e altre concessioni fatte ancora in precedenza dalla duchessa Beatrice e dal duca Filippo Maria Visconti ai nobili Confalonieri, dai quali i Gallarati, attraverso Giovanni Botto, avevano acquistato diverse terre con gli annessi privilegi (Covini 2005, pp. 136-137, 163-164).

Matteo Di Tullio

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