opere in mostra

Opere in mostra

 

Nicolas Beatrizet - La caduta di Fetonte

1.4 NICOLAS BEATRIZE La caduta di Fetonte
1.4 NICOLAS BEATRIZE La caduta di Fetonte

NICOLAS BEATRIZET

(attivo a Roma, anni quaranta-sessanta del XVI secolo) da Michelangelo Buonarroti (Caprese, 1475 - Roma, 1564)
 

La caduta di Fetonte, 1533 circa
bulino, 412 × 293 mm, Pavia, Musei Civici, St. Mal. 2187
Bibliografia: Malaspina 1824, II, p. 150; Boorsch 1982, p. 293 n. 38; Bianchi 2003, p. 5 n. 32; Marongiu 2008, p. 225 n. 70; Barnes 2010, p. 196 n. 85; A. Alberti, in D’après Michelangelo 2015, II, pp. 138-140 n. 240.

L’incisione è tratta da uno dei tre disegni eseguiti da Michelangelo Buonarroti per l’amico Tommaso de’ Cavalieri, noto nell’esemplare autografo delle collezioni reali di Windsor Castle (inv. RL 12766). Vi è rappresentata La caduta di Fetonte, figlio di Apollo che domandò al padre di poter condurre il carro del Sole e che, una volta ottenuto il permesso, ne perse il controllo, rischiando così di dare fuoco alla Terra. Giove come punizione colpì il giovane con un fulmine e lo fece precipitare nel fiume Eridano; per la disperazione, le sorelle di Fetonte si tramutarono in piante e l’amico Cycnus si trasformò in un cigno.
L’invenzione michelangiolesca è qui tradotta nello stesso verso dell’originale, ma con varianti, costituite ad esempio dall’aggiunta di alcuni elementi, come le nubi che si addensano attorno alla figura di Giove o l’acqua che fuoriesce da una delle anfore di Eridano, e ancora dalla scomparsa di altri dettagli, quali la ruota superiore del carro di Fetonte o le redini sciolte dei cavalli. La più vistosa differenza è costituita dal contesto naturalistico in cui la scena incisa è ambientata, forse derivato da una precedente versione a stampa di Michele Lucchese del disegno di Michelangelo, dove si ritrova una soluzione paesaggistica rispondente alla sensibilità dell’artista (M. Bury, in Michelangelo’s Dream, 2010, pp. 66-73).
Lungo il margine inferiore, al centro, è presente l’iscrizione “mich. ang. inv. / n. beatrizet lotar. restitvit”, già annotata nel proprio Catalogo dal marchese pavese Luigi Malaspina di Sannazzaro (1754-1835), dalla cui collezione il pezzo proviene (Malaspina 1824, II, p. 150). La presenza nel testo del verbo “restituere” ha fatto sorgere l’ipotesi che Nicolas Beatrizet potesse aver restaurato la lastra da cui è ricavata la stampa, ma è preferibile interpretare l’espressione come sinonimo di “facere” o come riferimento alla copia da una precedente stampa (A. Alberti, in D’après Michelangelo 2015, I, p. 174).
L’incisione in esame presenta il margine inferiore rifilato, come dichiara la scomparsa del trait carré, ben visibile di contro sugli altri tre lati. È possibile che una simile rifilatura abbia volutamente eliminato altre iscrizioni presenti sul foglio e appartenenti a stati più tardi dell’incisione, allo scopo di far apparire il pezzo una prima edizione (A. Alberti, in D’après Michelangelo 2015, II, pp. 138-140 n. 240). In particolare, l’andamento più alto della rifilatura nell’angolo inferiore destro farebbe sospettare che qui fosse presente in origine l’iscrizione “Apud Carolum Losi Anno 1773”, aggiunta sul rame cinquecentesco dallo stampatore Carlo Losi a Roma nel XVIII secolo. Se confermato, il pezzo dei Musei Civici di Pavia potrebbe corrispondere al terzo dei tre stati dell’incisione di Beatrizet.

Lorenzo Mascheretti

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