opere in mostra

Opere in mostra

 

Oreficeria Sacra Della Diocesi Di Pavia

2.7a OREFICERIA SACRA DELLA DIOCESI DI PAVIA
2.7a OREFICERIA SACRA DELLA DIOCESI DI PAVIA

 

OREFICERIA SACRA DELLA DIOCESI DI PAVIA

Bottega orafa lombarda, prima metà del XVII secolo
Calice e patena, 1631
argento fuso, sbalzato, cesellato e dorato, 23 × 14,8 cm, argento inciso, dorato, Ø 18 cm
Pavia, Capitolo della Cattedrale, inv. 408F111083, 408F111084
Esposizioni: 2011, Pavia, I templi, n. 13.5.
Bibliografia: C. Farina, in Pavia Arte Sacra 2006, pp. 104-105, n. 16 (con bibliografia precedente); S. Cantù, in I templi 2011, p. 95.

Bottega orafa lombarda, prima metà del XVII secolo Calice,1616
argento fuso, sbalzato, cesellato e parzialmente dorato, 22 × 15,5 cm
Gualdrasco di Bornasco, chiesa di Sant’Ambrogio ad nemus, inv. 4089JF0215
Bibliografia: C. Farina, in Pavia Arte Sacra 2006, p. 106, n. 18.

s.n. Manifattura italiana, XIX secolo
Servizio di ampolline con vassoio, XIX secolo
vetro e metallo dorato, cesellato, laminato, ritagliato e sbalzato, 32 × 15 × 21 cm Villanterio, chiesa dei Santi Giorgio Martire e Silvestro Papa, s.n.

Bottega orafa lombarda, fine del XVIII secolo
Versatoio e bacile, fine del XVIII secolo
argento sbalzato, inciso, 26 × 21cm argento inciso, 27 × 8 × 38,5 cm Pavia, Capitolo della Cattedrale, inv. F111186, 408 F111187

Le suppellettili liturgiche non costituiscono solo oggetti di culto, che si ritagliano una loro quotidianità nelle funzioni religiose, ma possono anche essere apprezzate come opere artistiche di alta oreficeria.
Dal 1568, grazie all’azione pastorale di san Carlo Borromeo, ci fu un’ampia produzione di arredi destinati al culto, spesso realizzati in metalli preziosi, a rappresentare la sacralità con magnificenza e ricchezza. Soprattutto nei secoli XVII e XVIII si assistette a un considerevole aumento della produzione di questi manufatti, la maggior parte dei quali proveniva da botteghe milanesi, come si desume dall’analisi delle punzonature (Palenzona, Vicini 2011).
In mostra troviamo un calice del 1616 in argento fuso, cesellato e parzialmente dorato recante un’iscrizione sotto il piede: “ad. del carmin. 1616”, a testimonianza di una devozione particolare alla Madonna del Carmine. Il piede si compone di una fascia decorativa con teste di cherubini, intervallati da motivi con tralci di vite e spighe. Al di sopra in uno spazio più ampio sono raffigurati in tre clipei, la Madonna con il Bambino, sant’Ambrogio e san Carlo Borromeo, separati da decorazioni con frutti e da teste di cherubini. Il fusto presenta motivi a palmetta nella parte bassa, quindi il tipico nodo a oliva con una decorazione che si ripete con visi angelici e frutti, presente anche nel sottocoppa. Pregevole il fine traforo che orna, a mo’ di fascia, la coppa. La tipologia di questo calice riflette le indicazioni del Concilio di Trento, che prevedeva per il calice un piede “ampio in proporzione così che il calice sia ben sicuro sul medesimo senza pericolo di rovesciarsi” e con un nodo “ben adorno” ma privo “di sporgenze che rendano incomodo lo stringere il calice con la mano”.
In questa selezione di oggetti della Diocesi di Pavia è presente anche un altro calice del 1631 in argento sbalzato e cesellato con base sagomata decorata a stampo con cherubini, fiori, frutta tra motivi nastriformi con intervallate figure a bassorilievo. Le figure sono la Beata Vergine Immacolata, san Siro e san Bernardino da Siena, quest’ultimo riconoscibile per le tre mitrie ai suoi piedi. Sul fusto, nel nodo, si ripetono motivi di angeli, intervallati da ghirlande di fiori, nastri e fiocchi. Nella coppa è applicata una fascia a traforo con motivi di cherubini e di grappoli d’uva. Sotto al bordo del piede c’è un’iscrizione: “an[no] d[omi]ni 1631 die [17 maj civit.] papia[e] solvit votvm an[no] 1630 factvm ob pestis liberatione oblatione hvi calicis cv[m] patena [celebr]a[n]tib[vs] ad alt[are] ubi qviescit corp[vs] s. syri Pat[roni] Pap[iae]”.
Questo calice si completa con una patena in argento dorata che presenta al centro, sul retro, uno scudo inciso con croce, identificabile con lo stemma della città di Pavia. La patena è un piatto di alcuni centimetri di diametro che viene usato dal sacerdote per coprire il calice e deporvi l’ostia.
Questi due oggetti si legano a un momento storico particolare e molto tragico per la città di Pavia, l’epoca della famosa peste manzoniana del 1630. Furono realizzati nel 1631 per l’altare che custodiva le spoglie di san Siro in cattedrale, come dono per sciogliere il voto fatto nel 1630 per la liberazione dalla peste di Pavia (Prelini 1890, pp.184, 222-223).
Sono inoltre presenti due suppellettili liturgiche che appartengono al servizio per abluzione del vescovo Giuseppe Bertieri (1792-1804). Il servizio comprende un versatoio a un manico in argento lavorato a stampo con perlinature e foglie lanceolate. Sul corpo compare l’iscrizione “Monsignore Giuseppe Bertieri - Arci - Vescovo di Pavia”. Sull’orlo del piede compare un punzone a incudine. Il punzone è una garanzia della bontà dell’argento per i lavori minuti per il secondo titolo a 800 millesimi in vigore nel Regno Lombardo-veneto dal 1812 al 1872.
Abbinato al versatoio è un grande bacile in lega argentea di forma allungata, liscio senza decorazioni. Sul fondo presenta all’interno un’iscrizione incisa a bulino: “Monsignore Giuseppe Bertieri / Arc. Vescovo di Pavia”.
Giuseppe Bertieri è figura alquanto controversa, già a partire dal suo curioso ritratto nel salone di Vescovi del Palazzo vescovile, dove è l’unico vescovo a essere stato rappresentato dal suo successore di spalle. In questi ultimi anni sono stati fatti degli studi molto interessanti su questo personaggio confluiti nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria” del 2017.
Infine si possono apprezzare due piccole ampolle con relativo vassoio, che vengono utilizzate per contenere l’acqua e il vino durante la celebrazione della messa.
Il servizio di ampolline è del tipo a “brocca”, in vetro racchiuso entro decorazioni floreali e fitomorfe a giorno realizzate in metallo, a cui si aggiunge una ampolliera sbalzata, una sorta di vassoio, sempre in metallo, poggiante su quattro piedini e munita di manici.
Nell’ampolliera figura un’iscrizione dedicatoria a caratteri capitali: “nel x anno di professione religiosa - 16/9/1940 - padre siro rastelli”. I motivi decorativi delle ampolline ripropongono con qualche variante soluzioni ornamentali che traggono ispirazione da un repertorio decorativo più antico (Vasco Rocca 1988, p. 138). Nella diocesi sono presenti pochi esemplari di ampolline antiche, dal momento che, essendo realizzate in vetro e/o cristallo, facilmente erano soggette a rotture e venivano sostituite.

Susanna Cantù

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