opere in mostra

Opere in mostra

 

Pompeo Mariani - Risaia alla Zelata

4.8 POMPEO MARIANI Risaia alla Zelata
4.8 POMPEO MARIANI Risaia alla Zelata

POMPEO MARIANI

(Monza, 1857 - Bordighera, Imperia, 1927)
 

Risaia alla Zelata, 1896
olio su tela, 62 × 85,5 cm, firmato e datato in basso a destra: “Zelada Aprile 1896/PMariani”. Collezione Intesa Sanpaolo, inv A.C-00503A-A/IS
Esposizioni: 2000, Aosta, Arte e lavoro; 2006, Roma, L’Italia.
Bibliografia: Ausenda 1995, p. 293 n. 563; Arte e lavoro 2000, p. 42; Sisi 2003, p. 275; L’Italia 2006, pp. 36-37; P. Segramora Rivolta, in Da Canova a Boccioni 2011, p. 218 n. VII.104; Lunardi Versienti 2017, p. 134.

L’essere nipote di Mosè Bianchi non dovette nuocere alla formazione di Pompeo Mariani, avviato alla carriera pittorica sotto la direzione di Eleuterio Pagliano. La propensione poi per la caricatura e per il segno conciso e abbreviato fecero di lui il pittore per eccellenza dei ritrovi mondani e dei caffè tra Milano e Montecarlo, ma questa capacità di rendere con gesti rapidi e con tocchi eloquenti la cangiante società della Belle Époque traspare già nelle opere dedicate al parco della Villa reale di Monza e alle molte raffigurazioni del Ticino nei pressi della Zelada. In questa riserva di caccia nelle vicinanze di Bereguardo, il pittore è in grado di accostarsi a un paesaggio più vivo, ma anche più “aggredito” dalla presenza dell’uomo, di quanto non fosse quello di Gignese presso Stresa, esplorato con l’amico Umberto dell’Orto e con Eugenio Gignous e Filippo Carcano.
L’attività venatoria e il duro lavoro dell’uomo per la sopravvivenza sono due temi che si intrecciano negli anni della Zelada: quindi non un paesaggio puro, ma un mondo dove il guizzo vitale, il respiro prima della fucilata o la dura vita delle mondine sono riletti e trasfigurati in impressioni che preferiscono indugiare sulle vibrazioni di luci, ombre, riflessi e sfumature per fissare sensazioni diverse e mobilissime. I taccuini di viaggio del 1896 abbondano particolarmente di bellissimi disegni che ritraggono mondine al lavoro, immerse nell’acqua fino al ginocchio, incurvate o erette mentre attendono alla raccolta del riso.
Già nel 1893 Mariani aveva ritratto lo sforzo e la grande scena collettiva della monda del riso (Mondine in risaia, collezione privata), ma la rappresentazione è più ferma, simmetrica e distante, la pennellata più franta, sminuzzata, in un certo senso meno matura di quella della Risaia, datata aprile 1896, uno dei migliori dipinti di questo tema assieme a La monda del riso (Bordighera, raccolta Lomazzi) datata al mese precedente. La definizione dei particolari che pian piano sfuma verso un indefinito orizzonte, l’effetto dell’acqua immota entro la quale si muovono le mondine, appena accennate con quelle poche pennellate necessarie a farne intuire la posa faticosa e lo sforzo, la vegetazione e il dato naturale – che hanno la meglio su tutto – e quel cielo corrucciato che pesa sopra il vasto specchio d’acqua dilatandosi a dismisura fanno di questi dipinti qualcosa di più di una semplice rappresentazione en plein air. Qualcosa di impalpabile, di sfuggente consustanzia le tele di questi pochi mesi: un’atmosfera umida, liquida che tutta lampeggia di trasparenze ottenute mediante pennellate lunghe, tirate, che vogliono rendere l’idea di immensi specchi d’acqua immota, dove la presenza umana non turba ancora l’equilibrio della natura immersa nel più bel verde che si possa immaginare, un verde smeraldo fatto quasi lucido da tocchi atmosferici, cangiante e mobile.
Nel dipinto in mostra l’atmosfera è serena, nonostante la piattezza e la greve sensazione che ispira la scena. Prova ne sia la mondina sulla sinistra, che fa il paio con un bel disegno del taccuino 1896: qui l’essenza femminile e una prorompente vitalità hanno la meglio su tutto il mondo di fatica e dolore e fanno preludere a quei ritratti mondani che il pittore inizierà a realizzare di lì a poco tempo.

Giuseppe Fusari

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