opere in mostra

Opere in mostra

 

Carpi Aldo - Guardando in alto

ALDO CARPI   Felicità; Guardando in alto
ALDO CARPI Felicità; Guardando in alto

ALDO CARPI

(Milano, 1886-1973)
 

Felicità; Guardando in alto, 1925
olio su tela, 55,3 x 70 cm firmato e datato in basso a sinistra: “Aldo Carpi 1925”; al verso: etichetta “Aldo Carpi pittore / 4 - 16 giugno 1963 / Galleria Gian Ferrari, Milano (con il titolo Felicità)” Milano, Collezione Fondazione Cariplo, inv. AI00492AFC
Esposizioni: 1963, Milano, Aldo Carpi pittore, n. 72; 2010, Pavia, Da Hayez a Sironi, n. 15; 2016, Lecco, Natura e città, s.n.; 2017-2018, Legnano, Il dialogo infinito con la natura, n. 38. Bibliografi a: Aldo Carpi pittore 1963, n. 72; Tesori d’arte 1995, p. 375, ill. n. 732 (Guardando in alto); L. Lecci, in Le collezioni d’arte 2000, pp. 81-83, ill., n. 50 (ripubbl. in Da Hayez a Sironi 2010); Rebora 2001, p. 7; Da Hayez a Sironi 2010, p. 46, ill. p. 47, n. 15; Natura e città 2016, pp. 38-39.

Il dipinto, realizzato nel 1925, rappresenta una figura maschile – dalla fisionomia molto simile a quella dello stesso artista – in un aperto paesaggio di campagna. Seduto sull’erba, l’uomo guarda in alto, verso il cielo, con il cappello e un libro appoggiati accanto a lui; sulla sinistra una casa colonica bianca è seminascosta tra la vegetazione. Il tema allude al desiderio di un distacco dalla contingenza verso una dimensione altra. Aldo Carpi, partito volontario per la prima guerra mondiale, era tornato profondamente colpito dal conflitto; aveva maturato un certo disagio per la vita urbana e sociale e un profondo amore per la natura. Questo sentimento – che molti, negli anni dell’entusiasmo per l’urbanizzazione italiana, non condividevano – avvicina Carpi a Raffaele De Grada. Il colore è steso a larghe pennellate, senza contorni netti. La tecnica è molto diversa da quella utilizzata da alcuni artisti di Novecento Italiano o del realismo magico. Rispetto a quell’ambiente, Felicità appare programmatico perché manifesta la posizione intermedia di Carpi tra quello stile e la tradizione del naturalismo lombardo. L’artista, infatti, non rinuncia agli insegnamenti di Cesare Tallone, suo maestro all’Accademia di Brera; allo stesso tempo, forse anche per le indicazioni di Lino Pesaro di cui era amico, nel 1925 partecipa alla Terza Biennale romana d’arte nella sezione Pittori Italiani: Futuristi e Avanguardisti con il gruppo di Novecento Italiano. Il suo lavoro sul paesaggio proseguì anche negli anni trenta, come testimonia Il bacino di San Marco a Venezia del 1937, anch’esso nella Collezione di Fondazione Cariplo. Dopo la seconda guerra mondiale, sopravvissuto al campo di sterminio di Guzen, diverrà direttore dell’Accademia di Brera, dove era stato docente di pittura fin dal 1930.

Antonella Crippa

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