opere in mostra

Opere in mostra

 

Agostino Bonalumi - Bianco

Agostino Bonalumi   Bianco
Agostino Bonalumi Bianco

AGOSTINO BONALUMI

(Vimercate, Monza e Brianza, 1935 - Monza, 2013)
 

Bianco, 1976
tela estroflessa e tempera vinilica, 100 x 100 cm, firmato e datato sul retro della tela: “Bonalumi 76”, Lissone, MAC - Museo d’Arte Contemporanea, inv. 44
Esposizioni: 1988, Genova, Memoria della pittura; 2013, Lissone, Una prospettiva radiante.
Bibliografia: Memoria della pittura 1988, s.p.; Agostino Bonalumi 2008, pp. 11-17; Agostino Bonalumi 2013; Bonalumi, Meneguzzo 2015, pp. 30-37; Bonalumi 2018, pp. 15-36.

Negli anni del sodalizio con Enrico Castellani e Piero Manzoni, Bonalumi si fa promotore di un nuovo linguaggio basato sullo studio dei fenomeni percettivi, a coniugare l’ambivalenza della pittura e della scultura. L’opera, che adotta il tautologico titolo di Bianco, rimanda a un ciclo di lavori “a griglia”, realizzati dall’inizio degli anni settanta fino al 1989, dove la nitida monocromia annulla ogni riferimento figurativo al fine di liberare le potenzialità plastiche della superficie.
Nel dipinto, inteso come sintesi di spazio, luce e colore, prevale la vocazione tridimensionale: l’estroflessione del supporto è caratterizzata da partiture rettilinee disposte a intervalli modulari che creano giochi di ombre vibratili, tracciando un percorso grafico astratto e ricco di suggestioni sensoriali. La disposizione regolare di strutture rigide in legno - le centine, dalla tecnica marinara - sottopone la superficie a una perpetua sollecitazione che sembra premere e resistere alla sua tensione interna, sconfinando in un inedito rapporto con lo spettatore e lo spazio circostante.
Dagli studi giovanili di disegno tecnico e meccanico, passando per il fascino delle problematiche scaturite dall’opera di Fontana, la ricerca di Bonalumi si concreta nella cosiddetta “pittura oggetto” ma, ancor più che come oggetto, il quadro è concepito secondo i dettami di un progetto tecnico e parascientifico. La costruzione del lavoro obbedisce a un principio metodologico che rifiuta l’esistenzialismo, i segni, i gesti e i materiali appartenenti al retaggio dell’Informale, vaticinando un’arte impersonale e inemotiva che doveva rispecchiare una nuova coscienza collettiva.

Chatia Cicero, Alberto Zanchetta

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