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Anonimo - Urna cineraria etrusca

Anonimo   Urna cineraria etrusca
Anonimo Urna cineraria etrusca

ANINOMO

Urna cineraria etrusca, II secolo a.C.
terracotta, produzione a stampo, cassa: 28,2 x 39,5 x 21 cm; coperchio: 22,7 x 48 x 24,5 cm Monza, Fondazione Luigi Rovati

Sul coperchio è presente una fi gura femminile recumbente che l’iscrizione qualifi ca come larthi marinei, appoggiata con il braccio e la mano sinistra su un cuscino. L’altra mano, tenuta sopra le ginocchia, regge un ventaglio, oggetto dalle origini antichissime, indicativo di autorità e prestigio presso il popolo etrusco. La cultura etrusca probabilmente riprese la simbologia orientale del ventaglio come simbolo del soffi o generatore di vita e dell’aria che permette di respirare nell’aldilà. Per questo esso viene rappresentato sulle tombe, oppure fuso in bronzo e inserito nel corredo funebre a indicare l’elevato status sociale del defunto (per esempio nella Tomba dei Flabelli di Populonia); in ogni caso il suo uso era riservato alla classe aristocratica durante le solenni cerimonie pubbliche. Sulla cassa è invece rappresentato il fratricidio di Eteocle e Polinice in una composizione di grande espressività completata da due demoni femminili alati e incorniciata da due colonne a fusto scanalato sormontate da capitelli. La lavorazione è a stampo. Nella produzione artistica del III-II sec. a.C. le rappresentazioni di episodi e personaggi della mitologia greca sono molto comuni sulle casse delle urne cinerarie e sui sarcofagi; ancora più di quelle che ritraggono episodi della mitologia locale. Secondo il mito greco i due fratelli Eteocle e Polinice, nati dall’incestuoso rapporto fra Giocasta e il fi glio Edipo, giunti all’età per governare la città di Tebe, strinsero un accordo per regnare un anno ciascuno. Eteocle fu il primo a diventare sovrano ma al termine del primo anno non volle cedere il trono al fratello, dando vita a una guerra per il potere. Polinice chiese aiuto a sei re greci e si contrappose a Eteocle e allo zio Creonte rimasti a difendere la città. I due fratelli, l’uno dinnanzi all’altro, sotto la settima porta di Tebe, si uccisero a vicenda come profetizzato da Edipo che aveva lanciato tale maledizione sui fi gli dopo che questi non si opposero al suo esilio. Il mito narra che, quando i due corpi furono posti vicini sul rogo per essere arsi, le fi amme si divisero a simboleggiare l’odio protrattosi oltre la morte. La tipica vivacità dei colori della pittura etrusca è qui espressa nella ricca policromia della cassa fi ttile: tracce di pellicola pittorica rossa, gialla, marrone, celeste e nera defi niscono in maniera intensa e corposa le forme e i volumi della rappresentazione. La pigmentazione variegata scandisce i diversi piani prospettici sui quali i personaggi si muovono ed enfatizza la velocità e la ferocia dei gesti dei due guerrieri. Entrambi, posti in primo piano e nello spazio centrale della raffi gurazione, sono colti nel pieno dell’azione: le loro corazze vibrano sotto i colpi dell’avversario e sono defi nite nei dettagli anche grazie al colore, mentre i mantelli si aprono per il movimento repentino.

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