opere in mostra

Opere in mostra

 

Arturo Martini - Leda col cigno

Arturo Martini   Leda col cigno
Arturo Martini Leda col cigno

ARTURO MARTINI

(Treviso, 1889 - Milano, 1947)
 

Leda col cigno, 1926
gesso, 193 x 55 x 70 cm, Monza, Collezione Musei Civici di Monza - Casa degli Umiliati, inv. def. 0694
Esposizioni: 1994, Monza, Il Museo Negato; 2010, Monza, Sacro e Profano; 2017, Forlì, Art Decò; 2018, Milano, Margherita Sarfatti.
Bibliografia: Il Museo Negato 1994, p. 181; Vianello, Stringa, Gian Ferrari 1998, pp. 109-110; Arturo Martini 2006, pp. 126, 282-283; Sacro e Profano 2011, pp. 28-30; Art Decò 2017, p. 388; Margherita Sarfatti 2018, p. 215.

Arturo Martini viene chiamato all’ISIA di Monza nel 1929 per insegnare nel corso di plastica decorativa (dove rimane soltanto per un anno) e porta con sé alcuni suoi modelli in gesso, tra cui la Leda col cigno, risalente al 1926. È proprio in quell’anno, infatti, che l’opera viene esposta per la prima volta alla I Mostra del Novecento Italiano, organizzata alla Permanente di Milano da Margherita Sarfatti che però, in quell’occasione, non rimane particolarmente colpita dal lavoro dall’artista.
Il gruppo scultoreo rappresenta l’episodio delle Metamorfosi di Ovidio in cui Leda, moglie del re di Sparta, viene sedotta da Zeus presentatosi a lei in forma di cigno. Martini aveva già trattato questo tema tra il 1922 e il 1923, realizzandone una versione di piccole dimensioni e una seconda di ben 250 cm, entrambe citate in una lettera indirizzata a Natale Mazzola da Vado ed esposte alla III Triennale romana del 1925; in questo esemplare (oggi disperso), il cigno si trovava ai piedi della Leda che, in posizione eretta, tratteneva il collo e la testa dell’animale contro il proprio corpo.
La Leda del 1926, invece, è seduta su un tronco mentre stringe a sé il cigno che tiene sulle ginocchia, bloccandolo nel momento dell’amplesso: la mano destra lo cinge appena sopra l’ala mentre la sinistra gli afferra il collo portando la testa dell’animale vicino alla propria. Le forme essenziali con cui l’opera è stata scolpita vengono movimentate da alcuni semplici particolari, i capelli ondulati e il morbido panneggio che avvolge parzialmente il nudo femminile dalla spalla sinistra al braccio destro: quest’ultimo è assimilabile agli abiti delle Collegiali (1927, Museo del Novecento, Milano) e al mantello dalle ampie pieghe dello Sposalizio, parte della Trilogia dei re realizzata tra il 1926 e il 1927.
Mentre la Trilogia verrà scolpita in più versioni e con diversi materiali (gesso, terracotta grezza, dipinta, invetriata e bronzo) che enfatizzano la levigatezza delle figure, il gesso della Leda col cigno servirà da modello per l’omonima scultura, in pietra di San Gottardo, proposta nel 1930 alla IV Esposizione Internazionale di arti decorative della città di Monza e scolpita in collaborazione con gli allievi dell’ISIA. Questa versione, a cui manca la testa del cigno, è caratterizzata senz’altro da una maggiore ruvidezza e irregolarità della superficie che presenta alcuni piccoli buchi e abrasioni di colore, contrariamente al gesso che è invece perfettamente liscio e immacolato, quasi a voler imitare la terracotta; le forme così tondeggianti e semplificate, prive di ombre nette, unite al candore della materia, rendono la rappresentazione archetipica e fiabesca, fuori dal tempo e lontana dalle forme classicheggianti e monumentali da cui il mito proviene.
L’opera viene lasciata da Arturo Martini nella Villa Reale (la sede dell’ISIA) dopo la sua partenza e passa ai Musei Civici di Monza nel 1976 dalla Civica Scuola Paolo Borsa, che raccoglie l’eredità dell’ISIA dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Martina Franzini

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