opere in mostra

Opere in mostra

 

Joseph Beuys - La rivoluzione siamo noi

Joseph Beuys   La rivoluzione siamo noi
Joseph Beuys La rivoluzione siamo noi

JOSEPH BEUYS

(Krefeld, 1921 - Düsseldorf, 1986)
 

La rivoluzione siamo noi, 1972
fototipo su poliestere con testo scritto a mano, 191 x 100 cm, edizione 131/180, firmata e numerata a mano in basso a destra, editori: Modern Art Agency, Napoli; Edition Tangente, Heidelberg, collezione privata, courtesy Montrasio Arte Monza e Milano
Esposizioni: 2015, Milano, Icona per un transito.
Bibliografia: Schellmann 1992, p. 85, n. 49; Icona per un transito 2015, p. 135.

La fotografia, realizzata da Giancarlo Pancaldi, affermatosi negli anni successivi soprattutto come direttore della fotografia per il cinema, ritrae Joseph Beuys che avanza con decisione verso l’osservatore, il 13 novembre 1972.
Si tratta di una immagine dell’artista tedesco in assoluto fra le più iconiche e di grande potenza comunicativa: l’immancabile cappello di feltro in testa, un giubbotto chiaro, gli stivali e il caratteristico borsello a tracolla. Il passo deciso, che senza citarli evoca i personaggi del Quarto Stato di Pelizza da Volpedo, simboleggia la partecipazione dell’artista agli ideali rivoluzionari che in quegli anni coinvolgevano persone delle più varie provenienze sociali e culturali. Joseph Beuys ha parlato moltissimo e spesso di politica, assumendo però una posizione decisamente eretica rispetto al marxismo ortodosso: pur ammirando in Marx il profeta della società senza classi, l’artista tedesco ne respinge però il materialismo e gli stessi fondamenti teorici, basati sulla prevalenza delle condizioni economiche e dei rapporti di produzione (strutturali) rispetto a idee, valori e comportamenti umani (sovrastrutturali). Beuys non crede nella politica come struttura burocratica imposta agli individui ma in una “terza via”, un’alternativa sociale, giuridica ed economica che rispetti l’ordine umano e, non da ultimo, naturale. Molto spesso, per rappresentarla, l’artista ha sbandierato lo slogan della rivoluzione francese, “libertà, uguaglianza, fraternità”, ma mai la dittatura del proletariato o altre parole d’ordine più popolari e diffuse negli anni settanta. Perché, per cambiare il mondo, secondo Beuys, non bisogna partire dai rapporti di produzione ma da se stessi, dalle idee e iniziative dell’uomo, di quel “noi” che si imprime poi, inevitabilmente, sulle forme sociali e sull’economia. Per questo, arte e creatività giocano un ruolo decisivo, aiutando la civiltà a progredire nel suo sviluppo e il singolo a partecipare creativamente all’azione collettiva, resa così opera, scultura sociale.
Beuys ritiene che ciascuno debba essere “artista” partecipando creativamente alla politica; è un convinto assertore della democrazia diretta. Istanze spiritualiste e antroposofi che incontrano qui posizioni invece situazioniste e partecipative che Beuys, come suo tratto caratteristico, assume su se stesso in prima persona, accettando di disperdere il soggetto nel “noi” rivoluzionario che la sua figura incarna.

Martina Corgnati

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