opere in mostra

Opere in mostra

 

Mimmo Jodice - Demetra - Ercolano

Mimmo Jodice   Demetra   Ercolano
Mimmo Jodice Demetra Ercolano

MIMMO JODICE

(Napoli, 1934)
 

Demetra - Ercolano, 1992
stampa fotografica, 80,5 x 80,5 cm, edizione 2/6, Monza, Fondazione Luigi Rovati
Bibliografia: Mimmo Jodice 2007, p. 224.

L’immagine inquadra un frammento di scultura in marmo, una testa femminile d’aspetto classico, deturpata da una lacerazione che le attraversa tutta la guancia destra dallo zigomo al mento, spezzandola in due parti; perduta è anche la punta del naso. Il frammento è precariamente ricomposto da una mano che lo solleva posizionandolo davanti all’obbiettivo del fotografo, segnalandone così anche l’evidente offesa arrecata dal tempo.
La testa apparteneva a una statua romana del I secolo d.C. rinvenuta a Ercolano, una ‘Demetra’ raffigurata anche in altre note immagini di Jodice, gran parte delle quali furono raccolte ed esposte da Valerio Dehò nella mostra Light allestita nel 2004 a Bologna (Villa delle Rose).
L’artista napoletano, grande fotografo di opere d’arte, si è dedicato spesso all’archeologia, in particolare nella serie denominata Mediterraneo, avviata all’inizio degli anni novanta e proseguita per decenni, in cui rientra anche questo lavoro, fra i rarissimi stampati a colori.
Il mare nostrum non è fatto soltanto di luoghi, di spazi e di paesaggi, ma anche di storia, di cultura, di un passato che ne determina le forme e continua a condizionare identità e modi di essere delle persone che abitano lungo le sue rive. Come scrive Roberta Valtorta, Jodice non ritrae più “gente viva” ma invece “l’antica gente divenuta scultura, dipinto, icona”. Il quotidiano, insomma, e la stratificazione di civiltà trasformate in pietra, marmo, grande arte, unica consolazione di una perdita irrimediabile che lo scorrere del tempo continuamente infligge.
La scelta del fotografo, dunque, è certo un tributo alla grandezza del mondo classico ma, in questa come in altre occasioni, non risponde soltanto a un’esigenza estetica bensì a una più intima e sotterranea malinconia.

Martina Corgnati

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