opere in mostra

Opere in mostra

 

Pietro Ronzoni - Filanda nel bergamasco

Pietro Ronzoni   Filanda nel bergamasco
Pietro Ronzoni Filanda nel bergamasco

PIETRO RONZONI

(Sedrina, Bergamo, 1781 - Bergamo, 1862)
 

Filanda nel bergamasco, 1825-1830
olio su tela, 72 x 94,3 cm, al verso: schizzo a matita configura, Milano, Collezione Fondazione Cariplo, inv. AH01494AFC
Esposizioni: 2001, Milano, I volti, n. 192; 2002-2003, Milano, Il mondo nuovo, s.n.; 2006, Roma, 1956-2006. 50 anni, n. 2; 2007, Lugano, Stefano Franscini, n. 273; 2008, Caraglio, Cuneo, Storie di fili, n. 48.
Bibliografia: L’Officina 1985, ill. p. 55; P. Zatti, in Le collezioni d’arte 1999, pp. 205-206, n. 120 (con bibliografia precedente); P. Zatti, in I volti di Carlo Cattaneo 2001, p. 208, ill. p. 168, n. 192; 1956-2006. 50 anni di Corte Costituzionale 2006, n. 2, ill. p. 26; Stefano Franscini 2007, p. 344, n. 273, ill. p. 188; E. Lissoni, in Da Canova a Boccioni 2011, p. 190, n. III.37.

Fin dalla seconda metà del XVII secolo la lavorazione della seta aveva conosciuto un forte impulso, e già all’inizio dell’Ottocento si contava un cospicuo numero diaddetti e di stabilimenti, contraddistinti da un elevato livello di sviluppo tecnologico e da una nuova riorganizzazione della struttura del lavoro, con il definitivo spostamento di molte attività dalle cascine e dalle campagne verso la filanda.
L’immagine di questi edifici industriali apparve per la prima volta in una rassegna d’arte in occasione dell’Esposizione annuale di Belle Arti di Brera del 1830, quando Giovanni Migliara presentò L’interno della filanda Mylius a Boffalora (Villa Vigoni, Loveno di Menaggio), realizzato per l’imprenditore e collezionista di origini tedesche Enrico Mylius. Affine al dipinto di Migliara, L’interno della filanda nel bergamasco in mostra fu inizialmente attribuito proprio al maestro alessandrino, quindi riferito a un anonimo pittore bergamasco e, infine, ricondotto a Pietro Ronzoni, paesaggista e vedutista di successo attivo tra Bergamo e Verona.
Qui l’artista restituisce un’immagine realistica e dettagliata dello stanzone delle bacinelle, dove si svolgeva l’attività di trattura, ovvero l’estrazione del filo di seta che veniva, in seguito, avvolto su aspi. Per facilitare la separazione dei filamenti, i bozzoli erano collocati in recipienti pieni d’acqua e riscaldati, come in questo caso, da fornelli. Siamo di fronte a uno stabilimento con un livello tecnologico inferiore a quello di Boffalora – dove veniva già impiegata una moderna caldaia a vapore – ma contraddistinto da un numero molto consistente di addetti, riscontrabile nei primi decenni del secolo solo in area bergamasca e milanese.
Fitta di dettagli, la veduta documenta ogni fase del lavoro con una vivace vena narrativa che moltiplica gli episodi e i particolari restituendo un’immagine laboriosa e ordinata dell’industria moderna, dove le aiutanti portano cesti traboccanti di bachi mentre riempiono d’acqua le bacinelle per le operaie, a loro volta impegnate a estrarre e avvolgere il filo sotto la stretta sorveglianza di una “maestra”. In primo piano i “fuochisti” portano la legna, mentre sullo sfondo si intravede la campagna, fonte di approvvigionamento continuo della materia prima.
Il desiderio di esibire i successi imprenditoriali dell’alta borghesia in un settore produttivo che si stava affermando quale la più diffusa e capillare forma di lavoro manifatturiero in Lombardia favorì la fortuna iconografica del tema, che ricorre nei cataloghi delle esposizioni di Belle Arti di Brera fino alla metà del secolo, affrontato da diversi artisti, tra i quali Pompeo Calvi, Gaetano Gariboldi e Ambrogio Fermini.

Elena Lissoni

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