opere in mostra

Opere in mostra

 

Vincenzo Agnetti - Passato - futuro. Il presente ha sempre peso e dimensioni osservabili

Vincenzo Agnetti   Passato   futuro. Il presente ha sempre peso e dimensioni osservabili
Vincenzo Agnetti Passato futuro. Il presente ha sempre peso e dimensioni osservabili

VINCENZO AGNETTI

(Milano, 1926-1981)
 

Passato-futuro. Il presente ha sempre peso e dimensioni osservabili, 1972
bachelite, 80 x 80 cm, firmato sul retro: “AGNETTI 72”, Monza, Fondazione Luigi Rovati
Esposizioni: 2011, Agrigento, Sulla parola.
Bibliografia: Sulla parola, 2011.

L’opera rientra nella nutrita serie di lavori dedicati al tempo (Tempus mentis) che l’artista realizza a partire dai primi anni settanta servendosi di bachelite nera, il materiale delle comuni lavagne impiegate nelle aule scolastiche. La superficie quadrata è ripartita in base a due assi, ascisse e ordinate, sulle quali sono riportate due parole, “passato” e “futuro”. Il presente, che dovrebbe trovarsi situato nel punto d’incrocio fra le due linee orientate, è invece descritto da una frase apodittica, posta in basso e scritta a caratteri maiuscoli: “IL PRESENTE HA SEMPRE PESO E DIMENSIONI OSSERVABILI”.
Un assioma di lapidaria enigmaticità, inscritto fra i due assi orientati delle ascisse e delle ordinate come un’entità ben definita e misurabile, presenta il tempo come un elemento materiale, cosa che di fatto non è vera. Però la riflessione dell’artista muove dal fatto che il tempo lineare, classico, condiviso da filosofia e senso comune, risulta troppo prossimo al tempo economico, scandito dai rituali di un ciclo ininterrotto, produzione e consumo di merci, oggetti che si comprano, si usano e si buttano, ma anche, in ultima analisi, tutta l’esistenza dominata dalle prassi del lavoro alienato. Il tempo quindi diventa anch’esso un oggetto osservabile, merce, in base a quanto affermato nella proposizione che però risulta tanto apodittica quanto paradossale. Agnetti, come i situazionisti prima di lui, vagheggia invece un tempo utopico, non-lineare e antieconomico, determinato dalle istanze imprevedibili dell’immaginario: il tempo “dal peso e dimensioni osservabili” è molto diverso dal tempo della vita liberata, almeno in teoria, e il contrasto provoca una specie di cortocircuito fra un concetto teorico, affine a quello di merce, la dimensione reale dell’esperienza e i desiderata dell’utopia politica. Per questo l’opera mette lo spettatore in una condizione di scacco: il tempo è presentato come misurabile ma invece sfugge, è quantificabile (in anni, mesi, giorni) ma come misurare gli istanti che valgono la pena di essere vissuti? Ciò che fa testo, alla fine, e diventa testo (parola), è un paradosso, una contraddizione lontana dall’esperienza reale.

Martina Corgnati

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