opere in mostra

Opere in mostra

 

Ambito di Salvator Rosa - Eremita

Ambito di Salvator Rosa   Eremita
Ambito di Salvator Rosa Eremita

AMBITO DI SALVATOR ROSA

(XVII secolo)
 

Eremita, 1650 circa
olio su tela, 68 x 55 cm Mantova, collezione privata
Bibliografia: inedito.

Il dipinto presenta un paesaggio oscuro e misterioso in cui si riconosce la piccola figura di un eremita penitente, che sembra quasi nascondersi tra la massa informe del fogliame. La vera protagonista dell’opera è la natura, rappresentata dall’albero centenario che, con le sue radici gigantesche, si aggrappa alla terra argillosa per contenerla dal franare al di sopra del misterioso personaggio seduto sulla roccia. La vegetazione è descritta con toni prevalentemente bruni, rispetto ai quali risalta il profilo luminoso del tronco e dei rami, oltre che un frammento di cielo sullo sfondo a sinistra. La materia pittorica, stesa con immediatezza, sembra animarsi sotto la luce che fa vibrare le forme e ne modifica le apparenze. In questa visione l’albero nella porzione superiore della tela si tramuta in un essere animalesco e minaccioso, le sue radici diventano tentacoli pronti ad afferrare l’essere umano, mentre le protuberanze del legno assumono l’aspetto di occhi mostruosi. La natura è descritta nella sua apparenza più drammatica, come una realtà che intimorisce e al tempo stesso affascina. Questo effetto risulta ancora più efficace grazie all’uso sapiente del colore e della luce, che traducono il senso di mistero e di impotenza di fronte alle forze soprannaturali.

Sia il soggetto trattato che la personale interpretazione dell’elemento naturale appaiono in sintonia con la sensibilità del pittore di origine napoletana Salvator Rosa (1615-1673). Nel corso della propria carriera quest’ultimo realizzò spesso quadri che vedono come protagonisti filosofi o eremiti, prediligendo inoltre un tipo di composizione in cui la figura umana è di piccole dimensioni in rapporto all’elemento naturale. Nell’interpretazione del paesaggio il pittore rivela istanze fortemente innovatrici: rispetto alla tradizione classicista affermatasi a Roma a partire dall’inizio del XVII secolo, egli pone enfasi sulle forze impetuose della natura, anticipando il concetto di sublime che avrà largo sviluppo a partire dalla metà del Settecento e in epoca romantica.

Il quadro che si presenta in mostra trova confronti, ad esempio, con il Paesaggio con eremita del Musée Condé di Chantilly o con Empedocle che si getta nella voragine di collezione mantovana (Volpi 2014, p. 289). Inoltre un riferimento diretto può essere individuato in una tavoletta disegnata a penna e lumeggiata a biacca, conservata presso la Galleria Palatina di Firenze, nella quale è rappresentata una figura vista di spalle e seduta di fronte a un tronco d’albero (Chiarini 2008, pp. 26-27). Quest’ultimo elemento, caratterizzato dai lunghi rami secchi e dalle maestose radici, mostra un’affinità con il dipinto di collezione privata. Proprio in virtù di questi confronti possiamo riferire l’esecuzione dell’opera a un artefice vicino a Salvator Rosa, che riprese da quest’ultimo non solo i modelli compositivi, ma, soprattutto, la sua personale maniera di vedere e interpretare la natura. Sappiamo che la bottega del Rosa era frequentata dal figlio Augusto e dal fratello Domenico Antonio, oltre che dall’umbro Pietro Montanini detto Petruccio Perugino (1626-1689).

Augusto Morari

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