opere in mostra

Opere in mostra

 

Archimede Bresciani - Attendendo l’eroe

Archimede Bresciani   Attendendo l’eroe
Archimede Bresciani Attendendo l’eroe

ARCHIMEDE BRESCIANI DA GAZOLDO

(San Fermo di Gazoldo degli Ippoliti, 1881 - Milano, 1939)
 

Attendendo l’eroe, 1920
olio su tavola, 200 x 200 cm firmato e datato in basso a destra nel pannello superiore: “Archimede Bresciani 1920” Gazoldo degli Ippoliti, Museo d’Arte Moderna, inv. 046
Bibliografia: Bresciani da Gazoldo 1979, pp. 7-39; Archimede Bresciani da Gazoldo 1999, pp. 8, 21; Il paesaggio dell’Alto Mantovano 2012, pp. 56-59.

L’imponente originaria cornice dorata racchiude due tavole di differenti dimensioni. Nella parte superiore, quadrata, una giovane donna pensosa veglia il proprio piccolo pargolo che, ancora ignaro della malvagità del mondo, dorme sul suo grembo. Nella tavola sottostante si intravvedono le spoglie dell’eroe. Un corpo nudo e senza vita, senza mostrine e senza divisa, alieno da ogni retorica bellicista e spirito eroico, rammenta la realtà dei fatti. La Grande Guerra è finita da poco. Seimila i mantovani caduti al fronte, innumerevoli i feriti, gli invalidi, le vedove e gli orfani.

Questa madre ritratta da Archimede Bresciani, tratteggiata come una novella Andromaca, diventa così molto di più della protagonista di una scena costruita attraverso un solido impianto e un rigore formale che racchiudono memorie della classicità italiana e della lezione del suo maestro Cesare Tallone.

L’opera riflette, infatti, in maniera perfetta l’attualità sociale mentre il soggetto ne parla con il linguaggio allusivo della pittura. La pensosa e segreta intimità della mamma e della sposa, il delicato pallore racchiuso nell’ovale del suo volto, che contrasta, lungo una studiata linea diagonale, col profilo del viso del coniuge irrigidito dalla morte, possiedono lo stesso tratto leggero degli esiti migliori del pittore. Eppure il dipinto si trasforma in lamento sul corpo della vittima, sul difficile destino che attende l’orfano e in emblema dei disastri della guerra. La virtù tecnica, l’abilità virtuosistica del raffinato ritrattista ora sono al servizio dell’espressione di una donna trepidante per la sua sorte, che non parla che in muti lamenti per il presagio del destino ineluttabile del marito. Tutto contribuisce a rendere angosciosa l’atmosfera della scena, lo esplicano la preoccupazione per il figlioletto, il rimpianto per una fine certa avvenuta lontano dalle persone care, per il sentimento incombente del cordoglio. L’attesa della verità è penosa e l’autore declina in spunti patetici l’afflizione femminile.

Nessun segno di vita anima poi la macabra presenza di quell’uomo che giace, appena sotto, supino e ignudo. Un’ombra notturna e impetuosa di dolore, un vento di dolenza, un nembo di sciagura, non riscattano questa figura che rimanda al Cristo morto nel sepolcro di Hans Holbein il Giovane (1521, Basilea, Kunstmuseum). La vita si riprende tutte le sue speranze e le tenebre notturne stanno per ingurgitare tutto: la caducità della bellezza è al servizio dell’intuizione poetica ed evidenti tensioni simboliste rimandando a una manifesta citazione della Pietà di Franz von Stuck (1891, Francoforte, Städelsches Kunstinstitut und Städtische Galerie). Ma gli spettri del Simbolismo erano, formalmente, assai lontani dalle prospettive di Archimede Bresciani.

Come molti ragazzi anche lui usciva dal feroce e crudele flagello della guerra. E i conflitti, si sa, segnano profondamente chi li vive e molti giovani, lui compreso, erano desiderosi di recuperare un po’ di normalità e di ordine, anche in pittura.

Gianfranco Ferlisi

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