opere in mostra

Opere in mostra

 

Artista di ambito mantegnesco - Occasio et Paenitentia

Artista di ambito mantegnesco   Occasio et Paenitentia
Artista di ambito mantegnesco Occasio et Paenitentia

SCUOLA DI ANDREA MANTEGNA

(XVI secolo)
 

Occasio et Paenitentia, 1505 circa
affresco strappato e montato su pannello di alveolare, 153,7 x 174 cm Mantova, Museo della Città, Palazzo San Sebastiano, inv. 11505
Esposizioni: 1961, Mantova, Andra Mantegna, n. 54; 2003-2004, Atene, In the light of Apollo. Italian Renaissance and Greece, n. III.17; 2006, Mantegna a Mantova. 1460-1506, n. 24; 2007, Dürer e l’Italia, n. II.7. Bibliografia: G. Paccagnini, in Andrea Mantegna 1961, p. 75, n. 54; Warburg 1966, pp. 237-238 nota 2; Helas 1999, p. 111; C. Tellini Perina, in In the light of Apollo 2003-2004, I (2004), pp. 256-257, n. III.17; L. Bortolotti, in Dürer e l’Italia 2007, p. 150, n. II.7; L. Pisani, in La forma del Rinascimento 2010, pp. 256-257; L’Occaso 2011, pp. 131-133, n. 80, ill. p. 466 (cui si rimanda per la bibliografia precedente); Mattiacci 2011, pp. 147-148; Appuhn-Radtke 2016, pp. 250-252.

L’affresco ornava la cappa del camino di uno dei salotti di Palazzo Biondi (ora Cavriani) a Mantova, secondo quanto testimonia Gian Battista Intra, il quale lo descrive in questa sede nel 1885 in una relazione compilata in vista del trasporto dell’opera nel Museo Civico, a quel tempo ospitato presso l’Accademia. Nella descrizione egli specifica inoltre che il dipinto, ritenuto di mano di Andrea Mantegna, proveniva da una diversa residenza mantovana, di cui purtroppo non fornisce ulteriori dettagli. Dopo essere pervenuta nel 1915 a Palazzo Ducale, nel 2004 l’opera è stata trasferita nel Museo della Città allestito in Palazzo San Sebastiano.

L’aspetto che ha maggiormente attratto le attenzioni della critica è la peculiare iconografia della scena rappresentata, a monocromo, nello spazio trapezoidale dell’affresco. A sinistra si osserva una figura femminile che, reggendosi in equilibrio con il piede sinistro al di sopra di una sfera, volge il busto all’indietro e piega la testa in direzione opposta, indirizzando lo sguardo verso il gruppo sulla porzione destra della composizione. I suoi piedi sono alati, mentre l’unico ciuffo che sorge sulla testa altrimenti calva si dispone davanti alla faccia, così da coprirle gli occhi. Una seconda donna, raffigurata su un piedistallo rettangolare e con il capo cinto da un turbante, trattiene un giovane, il quale tenta di incedere verso la prima, allungando le mani come per volerla afferrare.

Numerose sono le interpretazioni che la critica ha proposto per decriptare il colto messaggio veicolato dalla composizione, di cui è chiaro il carattere allegorico. La raffigurazione è stata collegata (Warburg 1966) a un epigramma ecfrastico di Ausonio intitolato In simulacrum Occasionis et Paenitentiae, nel quale viene descritto un gruppo statuario di Fidia, raffigurante l’Occasione – una giovane donna dai piedi alati, col volto coperto dai capelli e la nuca calva, la quale sta sopra una ruota – accompagnata da Metanoea, ovvero il Pentimento o Rammarico. In questo componimento, che fu oggetto di varie edizioni a stampa in Italia a partire dal 1472 (Mattiacci 2011, p. 148), l’interlocutore viene invitato a cogliere l’occasione che sfugge: in caso contrario sarà il pentimento a trattenerlo.

L’affresco trova inoltre riscontro in una fonte di diverso genere, ovvero in una lettera che Mario Equicola invia a Francesco II Gonzaga il 12 giugno 1503. In questa missiva l’erudito, esortando il marchese a prendere posizione contro gli spagnoli, descrive le personificazioni dell’Occasione e della Penitenza, caratterizzandole in una maniera che rivela tangenze con il dipinto in oggetto. Non potendoci dilungare in questa sede sul dibattito interpretativo suscitato dall’invenzione prescelta dall’anonimo autore dell’opera, sarà comunque utile mettere in evidenza il diretto legame con il recupero di testi letterari e figurativi antichi al fine di veicolare un messaggio di impronta umanistica, che ben si confaceva a un committente colto e raffinato.

È invece più unanime il giudizio intorno al pittore responsabile dell’esecuzione del dipinto, identificato con un seguace di Mantegna, di cui tuttavia non è ancora stato individuato il nome. L’affresco di Palazzo San Sebastiano è infatti vicino all’ultima produzione del maestro, in particolare alla serie Trionfi di Cesare per la caratterizzazione di alcune figure (L’Occaso 2011, p. 133) o al Giudizio di Salomone del Louvre, col quale condivide la scelta della tecnica a monocromo (C. Tellini Perina, in In the light of Apollo 2003-2004, I [2004], p. 257).

Michela Zurla

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