opere in mostra

Opere in mostra

 

Enzo Nenci - Argonauta

Enzo Nenci   Argonauta
Enzo Nenci Argonauta

ENZO NENCI

(Mirandola, Modena, 1903 - Virgilio, Mantova, 1972)
 

Argonauta, 1950
bronzo patinato, marmo, 24 (45 con base) x 21 x 28 cm firmato sul lato destro: “E. Nenci” Bagnolo San Vito, Mantova, Collezione Giorgio Nenci Esposizioni: 1983, Mantova, Enzo Nenci. Sculture, s.n.; 1984, Ferrara, Enzo Nenci, s.n.; 1987, Mirandola, Enzo Nenci. Sculture, s.n.; 1990, Mantova, Enzo Nenci. Stalagmiti, s.n.; 1996, Zagabria, Tri Mantovanska Kipara, s. n.; 1997, Mantova, Enzo Nenci. Sculture, s.n.; 1999, Merano, Bronzi di Enzo Nenci, s.n; 2002, Campiglia Marittima, Enzo Nenci, s.n.; 2003, Mirandola, Enzo Nenci, s.n.; 2011, Mantova, Enzo Nenci, s.n.
Bibliografia: Enzo Nenci. Sculture 1983, s.p.; Enzo Nenci 1984, s. p.; Enzo Nenci 1987, s.p.; Fossati 1987, ill. p. 21; Enzo Nenci. Stalagmiti 1990, ill. p. 103; Artioli 1992, pp. 26-31, ill. pp. 27, 29, 31; Casarin 1992, p. 86; Cicinelli 1993, s.p.; Bossaglia 1996, s. p.; Enzo Nenci Sculture 1997, ill. p. 9, p. 55; Bronzi di Enzo Nenci 1999, ill. p. 14; Sartori, Sartori 1999, pp. 2103-2113, ill. p. 2107; Enzo Nenci 2002, ill. p. 23; Enzo Nenci 2003, pp. 9-23; Enzo Nenci 2011, s.p.; Di Genova 2012, p. 10, p. 65, n. 258.

Il tema di quest’opera è così importante per l’artista da realizzarne quattro esemplari, di cui uno si conserva al Museo Civico di Palazzo Te a Mantova. L’Argonauta è un’opera chiave del 1950, in cui Nenci riversa un sapere tecnico posto al servizio della resa figurativa, secondo una tradizione che parte da Michelangelo e giunge a Rodin, meditando sulla lezione luministica di Medardo Rosso.

In una fase storica in cui la scultura usciva dalla crisi causata dalla retorica monumentale dell’arte di regime, Nenci s’interroga sulla funzione della statuaria e accoglie quanto aveva scritto nel 1945 Arturo Martini, nel suo testamento artistico La scultura lingua morta. L’arte della plastica è elevata a verbo vitale dell’espressione estetica, per la capacità di tradurre in immagine, che ha un corpo, un peso, un colore, figure simboliche del mondo. Quelle che albergano nella mente dell’artefice, e che devono trovare una loro figurazione trasponendosi in una materia ricreata, che del percorso e a volte dell’affanno realizzativo conservano traccia.

Enzo Nenci crede nella sua funzione di demiurgo, come artifex plasma, modella, scolpisce lungo il proficuo percorso creativo opere con i medesimi soggetti: figure d’adolescenti, maternità, alberi-vita, sino a condensare nelle molteplici declinazioni del ciclo Stalagmiti-Stalattiti, a partire proprio dal 1950, temi legati alla famiglia, o più precisamente allegorie dell’aspirazione umana a elevarsi con slanci vitali al cielo. Anche l’Argonauta dagli occhi sognanti, dal tenero modellato bronzeo patinato di verde, punta il suo profilo verso l’alto, non ha ancora raggiunto con i suoi compagni l’ostile terra della Colchide, sulle estreme rive del Mar Nero, non sa ancora se potrà con la guida di Giasone conquistare l’agognato vello d’oro, ma vi aspira. Desiderare è già prefigurare il traguardo, la nave Argo non farà naufragio e dopo infinite peripezie potrà tornare in Grecia.

L’Argonauta è quindi una metafora dell’impossibilità da parte dell’uomo di abdicare al sogno e alla conquista della sapienza, di cui lo stesso vello è allusione. Il mito del viaggio e delle sue numerose traversie non potrebbe spiegarsi senza il fine della meta: poter entrare in possesso del mantello dell’ariete Crisomallo dai poteri magici, capace di volare e comunicare con gli uomini. Proprio il manto dorato del capro allude alla necessità di conquistare non il bene materiale ma quello spirituale, poiché, se l’incorruttibilità dell’oro allude alla ricchezza eterna, quella vera e duratura concerne la capacità dell’uomo di fare della propria esistenza un percorso di trasformazione interiore, sempre perfettibile.

Enzo Nenci è metaforicamente il novello argonauta, così come si trasfigura in Prometeo: come l’eroe greco egli osa, nel suo percorso artistico, gareggiare con gli dei per fare della propria scultura lo strumento di restituzione della condizione esistenziale del genere umano, di cui coglie, opera dopo opera, stati emotivi, travagli e estasi interiori.

Renata Casarin

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