opere in mostra

Opere in mostra

 

Enzo Nenci - Prometeo

Enzo Nenci   Prometeo
Enzo Nenci Prometeo

ENZO NENCI

(Mirandola, Modena, 1903 - Virgilio, Mantova, 1972)
 

Prometeo, 1946
terracotta, 50 x 26 x 14 cm firmato sulla base a sinistra: “E Nenci” Bagnolo San Vito, Mantova, Collezione Giorgio Nenci
Esposizioni: 1990, Mantova, Enzo Nenci. Stalagmiti, s.n.; 1997, Mantova, Enzo Nenci Sculture, s.n.; 2003, Mirandola, Enzo Nenci, s.n.; 2003, Gallarate, Enzo Nenci, s.n.; 2011, Mantova, Enzo Nenci, s.n. Bibliografia: Enzo Nenci. Stalagmiti 1990, ill. p. 52; Casarin 1993, s.p.; Enzo Nenci Sculture 1997, ill. p. 31; Enzo Nenci 2003, pp. 9-23; Di Giacomo 2009, p. 6; Enzo Nenci 2011, s.p.; Di Genova 2012, pp. 10, p. 49, n. 151.

La piccola scultura è una delle rare terrecotte che si conservano dell’artista, il quale doveva comunque modellare dei bozzetti per poter poi trarre la restituzione in bronzo dei suoi soggetti.

In questa fase storica il maestro ha già conosciuto la fama, anche grazie alle opere di grande formato realizzate per committenze pubbliche e private. Ha sperimentato la necessità di aderire alle superiori ragioni degli stilemi di Stato per soddisfare i bisogni della sua numerosa famiglia; ma ha anche coltivato gli insegnamenti dei suoi maestri di riferimento, come Auguste Rodin, Adolfo Wildt, Arturo Martini. Sono loro che lo guidano nella resa degli afflati vitali in opere dal forte accento plastico, dal grande potere espressivo ed evocativo insieme, che consentono all’artista di sfuggire alla retorica più vuota dell’arte nazionalista.

Prometeo inaugura alla chiusura della guerra una nuova e proficua stagione, l’adozione del formato minuto, l’attenzione alle qualità chiaroscurali del modellato, la capacità di sentire fremere sotto le dita la calda e molle argilla, suscettibile di lasciarsi plasmare: sono i caratteri che consentono all’artefice di lasciarsi guidare dalla propria sensibilità per far emergere i valori tattili della scultura in terracotta. Siamo con quest’opera al tempo del ripensamento della funzione della statuaria, un’età che Nenci condivide con Martini, con Manzù, con Marini, con Mazzacurati, vale a dire con quegli autori che, anche dentro gli anni dell’impossibilità del discorso, della censura, avevano coltivato la segreta arte del dar forma in scultura all’immaginario e al simbolico che appartiene all’uomo.

Se non fosse per il titolo, quest’opera potrebbe chiamarsi Lo schiavo, Il ribelle, Il lottatore, che infatti sono i nomi di alcune delle migliori prove del maestro, realizzate a partire dagli anni trenta del Novecento. Prometeo si distingue da queste perché il titanismo michelangiolesco si muta in sottile malinconia, lo sforzo eroico non è più contemplato. Prometeo è l’uomo che paga con il supplizio la sfida lanciata a Zeus. Ha osato ascendere all’Olimpo e rubare il fuoco agli dei per donarlo agli uomini che morivano di freddo e di stenti, per questo lo vediamo incatenato alla rupe poco prima di essere gettato nel Tartaro e di sprofondare al centro della terra.

Il suo sguardo è tuttavia indomito, il dio supremo ha piegato le sue braccia ma non il suo spirito, quello che metaforicamente vola verso le vette più alte e che si può cogliere nel tentativo dell’eroe d’elevarsi dalla roccia, nella contrazione del diaframma, nella tensione dei muscoli del collo, nel mento proteso a un approdo che non ci sarà. Prometeo viene scelto da Nenci a figura omologa del suo essere scultore, artefice che ogni volta che plasma cerca di rubare al cielo il segreto della perfetta creazione e della compiuta bellezza. Quella che Dio ha saputo a sua volta donare agli uomini, insieme all’intelligenza, al libero arbitrio, alla capacità di essere noi qui in terra a nostra volta testimoni della grandezza dell’universo e architetti di una diversa bellezza che si chiama arte.

Renata Casarin

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