opere in mostra

Opere in mostra

 

Francesco Mantovano (ambito di) - Vaso di fiori

Vaso di fiori 1
Vaso di fiori 1

AMBITO DI FRANCESCO MANTOVANO

(XVII secolo)
 

Vaso di fiori, 1650-1670
olio su tela, 84 x 61 cm, 84 x 59 cm Mantova, Complesso Museale Palazzo Ducale, inv. st. 783, 784
Bibliografia: Ozzola 1949, nn. 193-195; Ozzola 1953, nn. 193- 195; Ivanoff 1953, p. 248; Perina 1965, p. 516; Paccagnini 1973, p. 34; Pallucchini 1981, I, p. 169; Il giardino di flora 1986, p. 15; R. Berzaghi, in Gregori 1989, p. 262; Tosetti Grandi 2000, pp. 114-118; L’Occaso 2011, pp. 346-348, nn. 424, 425, ill. p. 584.

I due dipinti sono stati nella loro storia critica avvicinati a una terza tela di Vaso di fiori (inv. st. 782), (L’Occaso 2011, pp. 346-348) ritenendoli opera di Daniel van den Dyck, (Ozzola 1949, nn. 193-195; Ozzola 1953, nn. 193- 195) quali lavori realizzati a Venezia nel 1657 per ornare gli stipi del Camerino dei Mori, nel Palazzo Ducale di Mantova, sotto il ducato di Carlo II Gonzaga Nevers.

L’attribuzione è stata in seguito dubitosamente accolta da Ivanoff (1953, p. 248), da Perina (1965, p. 516) da Paccagnini (1973, p. 34), da Pallucchini (1981, I, p. 169). Contro questa ipotesi si pone Renato Berzaghi (in Gregori 1989, p. 262), appigliandosi al mancato riscontro nell’Inventario del 1714 delle tre nature morte, sostituite troppo presto da ritratti ora perduti. Nel registro statale del museo mantovano le tele vengono assegnate alla scuola fiamminga del XVII secolo, e come tali L’Occaso e Sanguineti li accolgono nel 2002 (L’Occaso 2011, p. 347). La prima studiosa a fare invece il nome di Francesco Mantovano per i vasi di fiori, separando il n. 782 da quelli ora esposti in mostra, è Paola Tosetti Grandi (2000, pp. 114-118), che li riferisce comunque solo all’ambito del pittore di origine mantovana, ma documentato a Venezia dove muore nel 1674. Nella città lagunare egli risulta in contatto con Daniel van den Dyck; attivo dal 1636, sue nature morte sicure sono quelle conservate alla Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi di Rovigo. Queste ultime, secondo Stefano L’Occaso, mostrano differenti modalità di stesura cromatica rispetto alle nostre in esame, che risultano più povere di colore, più opache. I due dipinti dovevano essere presentati appaiati, come si evince dai piani di appoggio su cui trionfano i variopinti mazzi di fiori. Sontuosi sono anche i vasi ansati con figure di arpie e mascherone a sbalzo sul corpo, e raffinate si mostrano le scene mitologiche che raffigurano, sulla bocca dei recipienti, l’uno Perseo che regge in mano la testa recisa della Medusa, con accanto il cavallo Pegaso; l’altro Apollo nell’atto di inseguire Dafne.

I soggetti degli ornati a rilievo potrebbero adombrare nella lussureggiante flora una tematica affettiva. Lo esprimono le corolle delle rose, dei narcisi, dei garofani, degli anemoni che sbocciano offrendosi allo sguardo desiderante del riguardante, nonché gli eleganti steli degli iris, dei gigli e dei giacinti che si allungano a sfiorare la neutra parete di fondo o ricadono piegati da una fioritura troppo breve, come se tutta la loro bellezza fosse già esausta. I fiori raffigurati appartengono a generi che fioriscono in primavera e in estate, secondo una consuetudine che si esprime ad esempio nella pittura genovese (Il giardino di flora 1986, p. 15), mentre in area fiamminga la presenza di fiori autunnali e della stagione fredda possono alludere al ciclo vitale dell’anno o al giardino senza età del paradiso terrestre. Questi elementi potrebbero avvallare un ambito esecutivo più italiano che d’oltralpe dei Vasi di fiori, che nella presentazione di bulbose e composite del periodo legato alle fertilità della natura adombrano allegorie profane legate all’abbondanza e alla promessa del tempo amoroso. Tempo che è anche memento di vanitas, monito alla bellezza del fiore il cui profumo intenso presto svanisce, come la passione.

Renata Casarin

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