opere in mostra

Opere in mostra

 

Gian Maria Mosca detto il Padovano (attribuito a) - Filottete

Gian Maria Mosca detto il Padovano (attribuito a)   Filottete
Gian Maria Mosca detto il Padovano (attribuito a) Filottete

GIAN MARIA MOSCA (DETTO IL PADOVANO)

(Padova, 1495/1499 - Cracovia, 1573))
 

Filottete, 1520 circa
marmo, 39,7 x 22,5 x 4,5 cm iscrizione sulla base: “vvlnere lernaeo dolet hic poeantivs heros” Mantova, Complesso Museale Palazzo Ducale, inv. gen. 11525, proprietà Comune di Mantova Esposizioni: 2001, Tokyo-Roma, Rinascimento. Capolavori dei musei italiani, n. II.29; 2003-2004, Atene, In the light of Apollo, n. X.25; 2004, Ferrara, Gli Este a Ferrara, n. 60; 2006, Mantova, A casa di Andrea Mantegna, n. 110; 2008, Mantova, Bonacolsi L’Antico, n. VI.18.
Bibliografia: Labus 1837, III, pp. 281-284; Ozzola 1950, p. 38, n. 74; Ragghianti 1962, p. 36; M.G. Vaccari, in Palazzo del Capitano 1986, pp. 45-46, n. 56; Paolucci 1988, p. 21; Markham Schulz 1998, I, pp. 64-66, 239-242, n. 5A; G. Rodella, in Rinascimento 2001, pp. 139-140, n. II.29; A. Sarchi, in In the light of Apollo 2003-2004, I (2004), pp. 442-443, n. X.25; A. Markham Schulz, in Gli Este 2004, pp. 250-253, n. 60; F. Rausa, in A casa di Andrea Mantegna 2006, pp. 464-465, n. 110; G. Rodella, in Bonacolsi L’Antico 2008, pp. 248-249, n. VI.18.

L’iscrizione a lettere capitali incisa sulla base del rilievo fa luce sull’identità del personaggio immortalato nel piccolo e prezioso marmo, nonché sull’episodio prescelto dallo scultore. Il nudo virile seduto sopra un tronco d’albero e colto nell’atto di farsi aria alla piaga sul piede, tramite un’ala di uccello, è Filottete. L’eroe greco figlio di Peante è raffigurato dopo essersi involontariamente ferito con le frecce imbevute del sangue velenoso dell’Idra di Lerna ricevute da Eracle come segno di riconoscimento per la sua amicizia. Tuttavia da simbolo di lealtà il dono dell’eroe si tramuta in mezzo di punizione: dopo aver tradito la fiducia di Eracle venendo meno alla promessa di non rivelarne il luogo di sepoltura, Filottete subisce il castigo divino attraverso le medesime frecce e la ferita al piede, con il quale aveva indicato l’ubicazione dei resti dell’altro. A causa della lesione invalidante, Filottete è abbandonato dai compagni sull’isola di Lemno durante il viaggio per raggiungere Troia e partecipare all’assedio della città. In questo luogo egli attenderà in solitudine che si compia il suo triste destino.

L’autore del rilievo condensa la vicenda di Filottete, ripresa dai Commentarii di Servio all’Eneide di Virgilio, in un’immagine di forte icasticità: il protagonista è rappresentato nudo, in una posa che rievoca il celebre modello antico del Torso del Belvedere, e il suo volto appare fortemente segnato dal dolore. Il marmo rivela, dunque, la notevole abilità tecnica di Gian Maria Mosca, evidente sia nell’accurata descrizione dell’anatomia, sia nell’efficace caratterizzazione dell’espressione, sia, infine, nella sapiente costruzione del rilievo, che in alcune parti, come ad esempio la testa o il braccio sinistro, diventa un vero e proprio tutto tondo.

Come ha messo in luce la bibliografia precedente, uno dei possibili modelli di riferimento per la composizione, di cui sono note altre tre versioni ugualmente in marmo (Cleveland, Cleveland Museum of Art; Londra, Victoria & Albert Museum; San Pietroburgo, Hermitage), va ricercato nella glittica antica e, in particolare, in una serie di gemme raffiguranti Filottete di cui uno degli esemplari più notevoli è conservato presso Alnwick Castle (Markham Schulz 1998, II, fig. 42).

Del resto che simili prototipi possano essere stati le fonti d’ispirazione per il rilievo di Palazzo Ducale si desume da un’ulteriore testimonianza che la critica ha associato al marmo in questione. Scrivendo a Isabella d’Este nel 1498, Tolomeo Spagnolo l’informa che il gioielliere veneziano Zoan Andrea del Fiore era in possesso di una gemma raffigurante “uno nudo che cum una ala si fa vento a una gamba ligata per male”, già appartenuta al collega da poco scomparso Domenico di Pietro, proponendola alla marchesa per l’acquisto (Markham Schulz 1998, I, p. 66). Sebbene ignoriamo se quest’ultima entrasse effettivamente in possesso del prezioso oggetto, tale attestazione può comunque indirizzare verso una committenza isabelliana: il Filottete marmoreo rientra appieno nel gusto della raffinata collezionista mantovana, la quale aveva radunato nei suoi camerini una ricchissima raccolta in cui un posto di tutto rilievo spettava a sculture moderne dal sapore fortemente anticheggiante. Del resto, come sottolinea Anna Markham Schulz, rilievi di dimensioni ridotte e ispirati a soggetti classici dal significato moraleggiante, come appunto quello del Palazzo Ducale di Mantova, dovevano trovare larga diffusione negli studioli di collezionisti ed essere apprezzati al pari di oggetti preziosi come manoscritti e testi a stampa o piccole antichità (Markham Schulz 2004, p. 31). Si spiega in tal senso l’accuratezza dell’intaglio, evidente nella precisione con cui vengono resi alcuni dettagli come le foglie dell’albero sullo sfondo, la freccia e la faretra appese al tronco o, ancora, il morbido piumaggio dell’ala.

Sebbene le prime attestazioni note sul marmo del museo mantovano siano settecentesche, queste danno conto della sua presenza all’interno della reggia gonzaghesca: da questa sede, e più esattamente dalla loggia dei Marmi, l’opera fu rimossa nel 1775 per essere trasferita nel museo dell’Accademia mantovana di Scienze, Lettere e Arti (M.G. Vaccari, in Palazzo del Capitano 1986, p. 46); il rientro in Palazzo può essere datato fra il 1915 e il 1920 circa.

Michela Zurla

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