opere in mostra

Opere in mostra

 

Giovanni Maria Benzoni - Eva

Giovanni Maria Benzoni   Eva
Giovanni Maria Benzoni Eva

GIOVANNI MARIA BENZONI

(Songavazzo, 1809 - Roma, 1873)
 

Eva, 1872
marmo, 113 x 43 x 60 cm firmato e datato sul basamento: “g.m. benzoni roma. f. 1872” Mantova, Complesso Museale Palazzo Ducale, inv. gen. 12922 (deposito di Giuseppe Caffi dal 1935)
Bibliografia: inedito.

Il marmo di Giovanni Maria Benzoni presenta Eva nel momento immediatamente precedente al gesto dal quale è scaturito il peccato originale: la progenitrice, ritratta in una nudità integrale con la sola eccezione della lunga e morbida capigliatura che copre parte della schiena e del pube, stringe nella mano destra la mela e contempla il frutto, meditando, ancora per un istante, sull’opportunità di contravvenire all’ordine divino. Il suo volto appare pervaso da una serenità paradisiaca nella quale si instilla, però, l’incertezza del peccato, che vela lo sguardo con un’ombra. Attorno alla roccia su cui siede la donna è avvolto il serpente, il quale, volgendo la testa verso quest’ultima, sembra sussurrarle le parole che, a breve, l’indurranno in tentazione.

Lo scultore presenta una scena di forte pathos interiore, pur adottando una raffigurazione di carattere classicista, come si evince dalla posa sapientemente bilanciata della figura, costruita mediante un chiasmo grazie all’alternanza di un arto piegato e uno disteso. Tuttavia rispetto ai canoni accademici, Benzoni mostra un’attenzione verso aspetti naturalistici, evidente, ad esempio, sia nell’accurata descrizione dell’elemento roccioso, arricchito da foglie e piccoli fiori, sia nella caratterizzazione dell’anatomia della figura, la quale, con le sue rotondità, richiama le floride forme dell’immaginario barocco.

Tali osservazioni mettono bene in luce la figura di Giovanni Maria Benzoni, sculture nato a Songavazzo nei pressi di Bergamo ma a lungo attivo a Roma, dove si trasferì per perfezionare la propria formazione nel 1828 e restò fino alla morte nel 1873. Partendo dai modelli neoclassici di Antonio Canova e di Bertel Thorvaldsen, lo scultore lombardo si avvicinò, nel corso della propria carriera, alle ricerche di Pietro Tenerani e Lorenzo Bartolini, indirizzate verso la riscoperta del naturale, preannunciando, nelle sue opere, istanze già vicine alla sensibilità romantica.

L’Eva che si presenta in mostra è giunta a Palazzo Ducale come deposito dell’avvocato Giuseppe Caffi nel 1935: fino a quel momento la scultura era conservata nella casa della madre di quest’ultimo a Mantova. Purtroppo non è possibile ricostruire a ritroso la storia del pezzo e identificarne il committente. Ciò che sappiamo, grazie alle fonti bibliografiche e, in particolare, allo studio monografico di Giuseppe Rota, è che Benzoni realizzò dieci repliche della medesima invenzione, probabilmente tutte a partire dallo stesso prototipo, secondo una prassi per lui consueta. Rota ricorda infatti che nel 1855 Benzoni eseguì una statua in marmo raffigurante Eva per il principe Andrea Lohouff di San Pietroburgo, aggiungendo inoltre che la stessa fu riprodotta per ben dieci volte (Rota 1938, pp. 400-401). Nello stesso anno una versione in gesso venne inviata all’Esposizione Universale di Parigi, insieme ad altre creazioni dello scultore. Secondo le testimonianze coeve l’opera era corredata da un basamento decorato con quattro rilievi con scene dei progenitori, che tuttavia non fu possibile esporre a causa dei danni subiti nel corso del trasporto verso la Francia (Checchetelli 1856, p. 154). Oltre a questi due esemplari e a quello conservato a Palazzo Ducale, che fu con ogni probabilità l’ultimo della serie poiché fu realizzato l’anno precedente la morte dello scultore, è stato possibile rintracciare due ulteriori versioni. Una si trova presso la Royal Dublin Society, alla quale fu donata da J. T. Rogers nel 1929, secondo quanto emerge dall’archivio dell’istituzione (comunicazione orale di Gerard Whelan). Quest’ultimo marmo presenta la medesima firma di quello mantovano, incisa però in una foglia e non nel basamento, insieme alla data 1859. Queste opere sono esempi della notevole fortuna riscossa dal bergamasco al di fuori dei confini nazionali e della sua attività per committenti stranieri, in particolare inglesi, irlandesi, americani e russi, con alcuni dei quali entrò in contatto in occasione della sua partecipazioni a eventi internazionali al pari dell’Esposizione Universale di Londra del 1851 (Rota 1938, pp. 209-212).

Un’ulteriore replica dell’Eva fu invece presentata all’Esposizione Nazionale di Firenze del 1861 insieme a una statua raffigurante Sant’Anna (Esposizione italiana 1862, p. 362). Sebbene non sia stato possibile rintracciare questa versione, dovette trattarsi di un diverso esemplare rispetto a quelli già citati, vista la differenza cronologica di esecuzione. Una riproduzione grafica di quest’ultima scultura è pubblicata da Alfonso Panzetta (2003, p. 146, fig. 189), senza tuttavia l’indicazione della fonte dalla quale l’immagine è stata desunta e con l’erronea attribuzione al meno celebre Giuseppe Daniele Benzoni (ivi, p. 84).

Non si trova invece alcuna menzione di una statua raffigurante Adamo che costituisse il pendant di quella della progenitrice. Si deve perciò ipotizzare che l’Eva fosse stata concepita per essere presentata da sola: l’autore preferì trattare l’episodio religioso del peccato originale dal punto di vista della protagonista femminile, scelta che gli permise da un lato di indagare la tensione psicologica vissuta da quest’ultima e dall’altro di concentrarsi su una rappresentazione in bilico tra sacro e profano che mettesse in luce la sua abilità nella resa naturalistica del nudo.

Michela Zurla

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