opere in mostra

Opere in mostra

 

Giuseppe Zais - Paesaggio con scale su uno specchio d’acqua

Paesaggio con scale su uno specchio d’acqua
Paesaggio con scale su uno specchio d’acqua

GIUSEPPE ZAIS

(Forno di Canale d’Agordo, Belluno, 1709 - Treviso, 1781)
 

Paesaggio con scale su uno specchio d’acqua, 1750-1770
olio su tela, 113 x 147,6 cm, 112,7 x 148,3 cm Mantova, Complesso Museale Palazzo Ducale, inv. st. 370, 710
Bibliografia: Anonimo 1925, p. 478; Giannantoni 1929, p. 55; Delogu 1930, p. 140; Ozzola 1946, p. 20, n. 94, p. 21, n. 96; Ozzola 1949, nn. 191-192, 198-199; Ozzola 1953, nn. 191-192, 198- 199; L’Occaso 2011, pp. 395-396, nn. 502, 503, ill. pp. 610-611.

La vicenda dell’acquisizione nel patrimonio statale dei due dipinti, parte di una serie di quattro, è delineata da L’Occaso (2011, pp. 395-396, ill. pp. 610-611) sulla scorta di documenti d’archivio. Il primo nucleo giunge nel 1921 a seguito dell’offerta di Virgilio Scarpari Forattini, amico dell’allora ispettore Guglielmo Pacchioni (Archivio di Stato di Mantova, Sc. b. 200). Nel 1924 la coppia di dipinti è incrementata da altri due quadri su tela, assegnati ora al bellunese Giuseppe Zais, di cui si dà notizia nel “Bollettino d’Arte” (Anonimo 1925, p. 478). Gli altri soggetti del ciclo, oltre ai nostri in esame, sono Paesaggio con albero e contadina a cavallo Paesaggio con ponticello e cascata (L’Occaso 2011, nn. 501, 504, ill. pp. 610-611). L’attribuzione è successivamente confermata da Giannantoni (1929, p. 55), da Delogu (1930, p. 140), da Ozzola (1946, p. 20, n. 94, p. 21, n. 96; 1949, nn. 191- 192, 198-199; 1953, nn. 191-192, 198-199). Solamente citate in altre pubblicazioni, l’assegnazione delle quattro opere all’artista veneto è accettata unanimemente dalla critica, che tuttavia non le ha ancora propriamente studiate dal punto di vista cronologico e stilistico. La scheda di Stefano L’Occaso rende per la prima volta conto dei rapporti dei Paesaggi con analoghi soggetti, del medesimo autore, conservati in diversi musei e collezioni, rilevando infine in modo corretto come il “notturno” sia una variante insolita nell’arte del maestro.

La biografia dell’artista rende conto dell’influenza che la pubblicazione nel 1730 dei paesaggi di Marco Ricci dovette avere sul giovane, in questi anni appena giunto a Venezia. Dal grande paesaggista deriva l’inserimento delle snelle figurine in contesti naturalistici sospesi tra cielo, terra e acqua, come se tutti gli elementi atmosferici fossero partecipi del sentimento panico della natura che gli essere viventi tutti – gli uomini come gli animali – condividono. Rispetto a Ricci manca, tuttavia, allo Zais la capacità di esprimere il grande afflato del creato, la connessione di tutte le forze dell’universo quasi chiamate a raccolta per esprimere l’intima comunione di tutto nel tutto. Manca ancora all’artista rispetto ai grandi paesaggisti suoi contemporanei, come Francesco Zuccarelli, la restituzione nelle scene di genere di quella simbologia cosmica che lega il tema di paesaggio con quello delle rovine, a significare che tempo della natura e tempo storico si incontrano, e non si affrontano.

I paesaggi di Zais restano comunque testimonianza del sentimento di un’epoca dominata dalla necessità dell’uomo di esprimere una libertà interiore dettata dalla scoperta della sovranità dello spirito, bisognoso di incontrare nella natura una sorta di alter ego, quasi che stare tra terra e cielo, sostare in contemplazione o camminare lentamente sul bordo di un fiume, sulla radura di un boschetto, concretizzasse una felicità di sentire, nell’illusione che possa essere per sempre. Infatti, anche nell’ora della sera, nel Paesaggio notturno gli umani continuano le attività del giorno, non temono la notte, quella che presto l’uomo romantico avvertirà come una delle più cupe, tanto che nel contemporaneo Piranesi, e poi in Goya, come in Füssli, il cielo sarà oramai chiuso.

Renata Casarin

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