opere in mostra

Opere in mostra

 

Ludovico Caffi (ambito di) - Natura morta con uva, pesche, pere, un melone e paesaggio

Ludovico Caffi (ambito di)   Natura morta con uva, pesche, pere, un melone e paesaggio
Ludovico Caffi (ambito di) Natura morta con uva, pesche, pere, un melone e paesaggio

AMBITO DI LUDOVICO CAFFI

(XVII secolo)
 

Natura morta con uva, pesche, pere, un melone e paesaggio, 1670-1680
olio su tela, 57 x 84,5 cm Mantova, Complesso Museale Palazzo Ducale, inv. st. 785, in deposito Mantova, Prefettura, dal 2002
Bibliografia: Ozzola 1949, n. 200; Ozzola 1953, n. 200; Bocchi, Bocchi 1998b, p. 72; Bocchi 2003, p. 167; Bocchi 2004, pp. 33-41; L’Occaso 2011, pp. 365-366, n. 446, ill. p. 593; Bocchi 2013, pp. 92-101.

storica di Stefano L’Occaso (2011, pp. 365-366, ill. p. 593), fa parte di una serie di dieci nature morte registrate nell’Inventario ducale del 1810 e così sommariamente descritte: “10 quadretti senza cornice in tela dipinti rappresentanti dei fiori e dei frutti”, di cui sino al 1875 si può seguire agevolmente la vicenda. La registrazione inventariale statale del 1948 e generale dell’anno seguente assegna il dipinto alla scuola lombarda del Settecento. Ozzola (1949, n. 200; Ozzola 1953, n. 200) sulla scorta di raffronti con una natura morta della Galleria Estense di Modena accoglie il nome, proposto da Pallucchini, del poco noto Benardino Malagoli, ora sostituito dal più famoso padre Francesco Malagoli, attivo anche a Mantova. I dati anagrafici del figlio Bernardino (1785- 1859) non sono del resto coerenti con i caratteri stilistici dell’opera, che ricorda la pittura un po’ brumosa del Seicento e che per gli impasti terrosi può essere collocata nel terzo quarto del secolo XVII.

Sempre L’Occaso respinge l’idea che l’autore della tela ducale sia Francesco, a cui la critica più recente sta aggiudicando diverse paternità in ambito emiliano e milanese. Piuttosto rintraccia nell’opera analogie con la produzione di Ludovico Caffi, con il soccorso degli studi di Ulisse Bocchi (2003, p. 167) e di Gianluca Bocchi (Bocchi, Bocchi 1998b, p. 72) che hanno restituito e aggiornato la bibliografia sull’autore (Bocchi 2004, pp. 33-41; Bocchi 2013, pp. 92-101).

In effetti il pittore cremonese (1641 circa - 1691), coniuge della più nota pittrice di fiori Margherita, mostra nella intensa Fruttiera conservata nel Palazzo Comunale di Cella Dati una stretta consonanza con la Natura morta di Palazzo Ducale. Medesima è la struttura compositiva per piani salienti della frutta, la disposizione delle pesche e delle pere, la presentazione del melone, dei succosi e ridondanti grappoli d’uva, infine anche l’intonazione cromatica un po’ sorda, terrosa ma non spenta potrebbe avvallare l’intuizione di L’Occaso.

Per motivi cronologici e stilistici si propone tuttavia di anticipare l’esecuzione della tela di un decennio circa. Certamente il dipinto mostra un impianto classico ravvisabile nel paesaggio atemporale, nello sfondo, immoto e silente, nella parata di frutti disposti in primo piano. Significativo è l’accostamento con il brano naturalistico, così distante e indistinto rispetto la minuta descrizione dei frutti che ripopolano il paradiso perduto. La tela è una metafora dell’abbondanza del mondo, i pampini rigogliosi rinviano alla verdeggiante e fertile crescita della natura, i medesimi doni del creato sono collocati sulla nuda terra, la madre generatrice e generosa che sempre ci soccorre. Soggetti come questi, diffusi in ambito profano dal Seicento in poi, raccontano della necessità dell’uomo di dare risposta al bisogno di trovare un orizzonte e con ciò un senso alla scoperta di altri luoghi, non solo geografici ma soprattutto dentro quella regione che, qualche secolo dopo, Freud avrebbe chiamato inconscio.

Renata Casarin

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