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Maestro del vaso a grottesche - Natura morta

Maestro del vaso a grottesche   Natura morta
Maestro del vaso a grottesche Natura morta

MAESTRO DEL VASO A GROTTESCHE

(XVII secolo)
 

Vaso di fiori, primi decenni del XVII secolo
olio su tela, 43 x 30 cm Mantova, collezione privata
Bibliografia: Bocchi 2015, p. 28, ill. 5.

Il vaso di color bruno-rossastro, a simulare l’aspetto del rame, poggia su un piano in pietra chiara posta in prospettiva, che contrasta con la cromia tendente ai toni scuri della composizione. La forma geometrica del recipiente è animata da tre arpie aggettanti con la funzione di manici, elementi che sono rifiniti con estrema cura del dettaglio. Queste figure, sulle quali si riflettono i bagliori della luce, creano partizioni spaziali semplici, secondo uno schema che si osserva anche in altri dipinti attribuiti al cosiddetto “Maestro del vaso a grottesche”, nei quali compaiono anche raffigurazioni di natura religiosa e profana, scene mitologiche o stemmi.

Dalla bocca del raffinato contenitore emerge una folta composizione floreale, che rompe l’andamento verticale del recipiente metallico. Al centro un fiore dal colore giallo intenso, forse una dalia, cela lo stelo principale; al di sopra e intorno a questo si dispongono in maniera ordinata cespi di altre essenze floreali: i bianchi narcisi, i rossi garofani, la rosata gerbera, i candidi mughetti e infine, in ombra, due rose. La cromia brillante è risaltata dal fondo scuro, mentre l’estrema precisione esecutiva trasmette l’effetto di un dipinto su tavola. Lo schema compositivo è bilanciato e, come ha messo in evidenza Alberto Veca, rimanda alla struttura del giardino all’italiana (Veca 2002).

Il dipinto è stato attribuito al gruppo del “Maestro del vaso a grottesche”, nome dietro al quale sono in realtà stati individuati molteplici autori, diversi sia per origine che per cronologia (Forma vera 1985, p. 102; Dacos 1989, p. 55; Veca 2002). Questi pittori si differenziano sia per le scelte compositive sia per la gamma cromatica. Il dipinto in esame può essere collocato in ambito nord-italiano, poiché la tela rivela significativi influssi di gusto fiammingo e risulta perciò debitrice della cultura d’oltralpe. Del resto numerosi sono i pittori di origine fiamminga che risultano attestati in Lombardia, dove erano attratti dalle commesse di illustri collezionisti locali al pari del cardinale Borromeo.

Un’opinione diversa è stata invece espressa da Charles Sterling che associa infatti questa composizione a un dipinto replicato all’inizio del Seicento e influenzato dal gusto e dalle decorazioni di Giovanni da Udine (Sterling 1952). La stupenda gamma pittorica del mazzo floreale, esaltata dal bianco su fondo bruno, si presta a molteplici letture simboliche, a cui qui appena si accenna. Queste inflorescenze sono specie che fioriscono in primavera, quando le forme di vita sbocciano nel loro rigoglio. I fiori potrebbero alludere alle promesse di abbondanza della stagione, ma il loro carattere effimero, in quanto hanno breve fioritura, rinvia alla fugacità del tempo e all’incombenza del fato.

Augusto Morari

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