opere in mostra

Opere in mostra

 

Maestro della tela jeans - Donna che cuce e due bambini

Maestro della tela jeans   Donna che cuce e due bambini
Maestro della tela jeans Donna che cuce e due bambini

MAESTRO DELLA TELA JEANS

(attivo nell’Italia settentrionale, fine del XVII secolo)
 

Donna che cuce e due bambini, fine del XVII secolo
olio su tela, 102 x 193 cm Milano, Collezione Fondazione Cariplo, inv. AF01257AFC
Esposizioni: 2010, Parigi, Il Maestro della tela, n. 7; 2014-2015, Milano, Da Tiepolo a Carrà, n. 2; 2017-2018, Lodi, L’animo gentile, n. 7 Bibliografia: R. Colace, in Le collezioni d’arte 1998, n. 107, pp. 226- 228; Frangi 2000, pp. 1145-1162, ill.; G. Gruber, in Dipinti lombardi del Seicento 2004, p. 158, ill.; G. Gruber, in Maestri del ’600 e del ’700 2006, p. 130, ill.; Gruber 2007, pp. 159-170, ill.; Il Maestro della tela 2010, pp. 46-47, n. 7, ill.

Il dipinto è pervenuto alla Cassa di Risparmio delle Province Lombarde nel 1976 con il lascito di Caterina Marcenaro, portando un’attribuzione a Johannes Vermeer (R. Colace, in Le collezioni d’arte 1998, p. 226). Raffaella Colace, nella scheda del volume dedicato alle opere della Fondazione Cariplo, accoglie invece l’orientamento di Federico Zeri verso la scuola francese del XVII secolo, proponendo come “referente più immediato” le opere dei fratelli Le Nain, “soprattutto Louis, autore di indimenticabili interni famigliari, austeri e al contempo solenni”. Proprio ai fratelli Le Nain è stata accostata per la prima volta la fortunata formula di ‘pittori della realtà’. Questa definizione, di ampia fortuna novecentesca, ha permesso di recuperare criticamente una stagione figurativa dai confini cronologici e geografici incerti, che tra il Seicento e il principio del secolo successivo diffonde in diverse zone d’Europa la passione per una ripresa diretta della realtà, senza mediazioni di stile e di maniera. A questa corrente appartiene anche il vero autore della Donna che cuce e due bambini, riconosciuto per la prima volta da Francesco Frangi (Frangi 2000, pp. 1145-1162). Si tratta di un artista ancora anonimo, di cui non conosciamo dati biografici. Il nome convenzionale, il Maestro della tela jeans, è dovuto a un particolare ricorrente nelle opere riunite intorno al suo catalogo: la presenza di un tessuto blu con fili bianchi nella trama in cui si riconosce la struttura della tela jeans, cosiddetta ‘di Genova’ per il presunto luogo di origine. La complessità dello stile di questo artista rende difficile capire in quale contesto si sia formato, anche se molti indizi portano a credere che abbia speso parte della sua carriera in territorio lombardo, sullo scorcio del Seicento. La particolare declinazione della sua pittura pauperistica sembra infatti preparare il terreno alle ricerche di Giacomo Ceruti, maestro indiscusso della pittura lombarda della realtà nella prima metà del Settecento. Ma la brutalità con cui sono messe in scena la miseria e l’indigenza dei ceti meno abbienti nelle tele dell’anonimo maestro, senza concessioni aneddotiche o allegoriche, supera anche i toni dei dipinti di Ceruti. Le figure emergono quasi sempre da uno sfondo scuro, volutamente indifferenziato, e si propongono con prepotenza in primo piano e all’indagine inclemente del pittore, che scruta ogni recesso di povertà: gli strappi e i buchi nei panni cenciosi, le malformazioni, i volti dei bambini dallo sguardo adulto, fieri nella frustrazione quotidiana. In queste coordinate si inscrive anche la Donna che cuce con due bambini, con le tre figure che si dispongono per piani, rispondendo a esigenze sentimentali della rappresentazione, più che a una vera e propria definizione spaziale. La tela jeans che copre, lacera, le gambe della donna è quasi una firma dell’artista, che indugia con grande abilità sulla restituzione tattile degli oggetti, dai diversi tipi di tessuti, alla brocca, al cucchiaio di rame che riluce nel piatto di maiolica ai piedi della rustica culla.

Un’altra versione del dipinto, che si distingue solo per qualche piccolo particolare, è conservata presso la Galerie Canesso di Parigi.

Stefano Bruzzese

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