opere in mostra

Opere in mostra

 

Maestro di Flora - Allegoria dell’Abbondanza

Maestro di Flora   Allegoria dell’Abbondanza
Maestro di Flora Allegoria dell’Abbondanza

MAESTRO DI FLORA

(attivo a Fontainebleau, seconda metà del XVI secolo)
 

Allegoria dell’Abbondanza (La Carità, o L’Abbondanza), 1560 circa
olio su tavola, 83 x 59 cm Ravenna, MAR - Museo d’Arte della città di Ravenna, inv. QA 64 (1994)
Esposizioni: 2003, Parma-Vienna, Parmigianino e il manierismo europeo, n. 3.3.4; 2005, Modena, Nicolò Dell’Abate, n. 240.
Bibliografia: G. Viroli, in Pinacoteca Comunale 2001, pp. 84-85, n. 106, ill. p. 165; S. Béguin, in Parmigianino e il manierismo 2003, pp. 384-385, ill. p. 386; S. Béguin, in Nicolò Dell’Abate 2005, p. 449 n. 240.

Il dipinto, arrivato a Ravenna attraverso il canonico Scagnardi che lo aveva acquistato a Carpi, viene segnalato da Corrado Ricci al Ministero che lo acquista nel 1918 per cederlo alla Galleria dell’Accademia di Ravenna. Secondo Ricci il dipinto andava inquadrato in ambito emiliano e riconosciuto a Pomponio Allegri (Ricci 1920; Ricci 1931). La proposta viene accolta da Cesare Brandi (in Mostra del Correggio 1935) e da Adriana Arfelli (1936), mentre Charles Sterling, in occasione della mostra al Rijksmuseum su Le Triomphe du Maniérisme Européen (Sterling 1955), segnala la consonanza con i modi di un pittore, attivo alla corte di Fontainebleau, che identificava con il Maestro di Flora, sulla base del confronto con un dipinto della collezione Albenas a Montpellier (oggi, San Francisco, palazzo della Legione d’Onore). Dopo l’esame diretto, Sterling comunica ad Alberto Martini la convinzione che l’autore dell’Abbondanza fosse da identificare nella personalità del Maestro di Flora (G. Viroli, in Pinacoteca comunale 2001, p. 85). Con Martini l’opera passa al Maestro di Flora (Martini 1959). Gli studi più recenti condotti da Sylvie Béguin nell’ambito della scuola di Fontainebleau convalidano la pista aperta da Sterling introducendo un ulteriore elemento alla identità del Maestro di Flora da riconoscere in un pittore di origine emiliana, informato sulle invenzioni di Parmigianino (S. Béguin, in Parmigianino e il manierismo 2003, p. 385).

Si tratta di una personalità ancora misteriosa che risente dell’influenza di Francesco Primaticcio e della cultura di maniera della seconda metà del Cinquecento. La studiosa si chiede se l’autore non sia da identificare in Ruggero de’ Ruggieri, un pittore bolognese, collaboratore di Primaticcio, nonché apprezzato decoratore nel padiglione delle stufe a Fontainebleau con Toussaint Dubreil: un’ipotesi soltanto, in attesa di novità che possano illuminare un periodo ancora troppo lacunoso per la scuola di Fontainebleau intorno al 1560. Il tratto nervoso e scheggiato che accomuna i dipinti riconosciuti al Maestro di Flora trova conferma in una proposta bizzarra e squisita nei modi.

L’ambientazione al femminile, sottolineata dalla presenza della nutrice ai piedi del letto che il baldacchino lascia all’immaginazione, introduce il tema dell’allegoria, qui incarnata da una figura di spalle che si accinge ad affidare due piccoli alla balia, mentre altri due giocano con un cagnolino sotto la sua veste, un terzo armeggia per infilarsi sotto le sete fruscianti della donna, altri tre si accostano a un piatto di frutta, un ultimo, già sazio, giace addormentato con il favore della veste che ora funge da protezione. La prima identificazione del soggetto con la Carità (Ricci 1920) inquadra il tema nell’ambito delle virtù teologali riconosciute dalla dottrina della Chiesa e divulgate nella più articolata iconografia delle opere di misericordia. In questo caso, però, il prevalere di una ambientazione raffinata di corte, unita all’atteggiamento intellettualizzato dell’emblematica, parrebbe conferire alla Carità una declinazione profana più prossima all’Abbondanza, un tema, questo, che attinge direttamente alle profondità del mito assumendo una funzione apotropaica, e beneaugurante, di incomparabile ampiezza.

Alberta Fabbri

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