opere in mostra

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Mario Moretti Foggia - La danza della circassa

Mario Moretti Foggia   La danza della circassa
Mario Moretti Foggia La danza della circassa

MARIO MORETTI FOGGIA

(Mantova, 1882 - Pecetto di Macugnaga, Novara, 1954)
 

Danza la Circassa, 1915
olio su tela, 180,7 x 170,2 cm firmata e datata in basso a destra: “Moretti Foggia 1915” Mantova, Complesso Museale Palazzo Ducale, in deposito presso Museo Civico di Palazzo Te, inv. st. 817 (donazione di Giovan Battista Moretti Foggia, 1955)
Esposizioni: 1925, Milano, Esposizione Nazionale d’Arte, s.n.; 1961, Mantova, Rassegna delle Arti Figurative Mantovane, sala b, n. 69; 2007, Caraglio (Cuneo), Il Velo tra Mistero, Seduzione, Misticismo, s.n.
Bibliografia: Esposizione Nazionale d’arte 1925, pp. 8, 15, 21; Rassegna delle Arti Figurative 1961, s.p., sala b, n. 69; Sartori, Sartori 2002, pp. 2019-2035, ill. p. 2026; Il Velo 2007, ill. p. 187.

La vasta composizione è entrata a far parte del patrimonio statale il 14 marzo 1955, come disposizione testamentaria dell’artista mantovano Mario Moretti Foggia, scomparso qualche mese prima. Il carteggio d’archivio fra il figlio Giovan Battista Moretti Foggia e il Ministero della Pubblica Istruzione documenta, come per volontà del pittore, la tela fosse destinata, in segno di amore, alla sua città natale e nello specifico al Museo di Palazzo Ducale. Il soggetto è una scena di danza orientale con figure ritratte al vero, presentata all’Esposizione Nazionale di Milano nel 1925, insieme a L’ora del rosario che vinse il Premio Cassani.

La danza in verità fa riferimento alla regione caucasica della Circassia, da dove il ballo si diffonde in Scozia; esso si compone di una prima parte ballata a quattro, detta Circolo circasso, e di una seconda parte in forma di grande cerchio. All’inizio del XX secolo questa componente si diffonde in Europa, trovando un’ampia popolarità.

Tutto questo sembra non appartenere alla coreografia messa in scena dall’artista, la cui protagonista è una giovane donna in ricchi abiti orientali, colta in atto di danzare davanti a un sultano, seduto sul suo trono. Assistono alla scena due mori accovacciati ai piedi del principe, abbigliati con pelle di leopardo e turbanti, nonché adorni di gioielli; ma entrano di diritto nell’affollata scena le guardie, alcuni astanti, le suonatrici di arpa e di flauto. La differente contestualizzazione del tema si potrebbe spiegare con il fatto che il popolo dei Circassi venne quasi del tutto sterminato dall’esercito zarista di Alessandro II, costringendo i superstiti a spostarsi verso il 1864 in Turchia e in quanto abili guerrieri vennero assoldati dal sultano, che li pose in zone critiche dell’impero, come in Galilea. La cultura e le tradizioni dei Circassi emigra quindi nella seconda metà dell’Ottocento anche in paesi arabi e orientali, che Moretti Foggia visita a partire dall’8 gennaio 1910 grazie alla borsa di studio che gli assegna l’Istituto Franchetti di Mantova per completare la sua formazione pittorica. Il soggiorno della durata di quattro mesi lo porta in Egitto, al Cairo, a Costantinopoli e nei paesi del Libano. Si tratta di una fase cruciale per la maturazione stilistica di Moretti Foggia, che aggiorna il proprio linguaggio, mutuato dalla tradizione verista e ritrattista del maestro Cesare Tallone, schiarendo la tavolozza, alla scoperta del colore. In questa direzione l’artista travasa le lezioni del veneziano Ettore Tito e del romano Camillo Innocenti, nei cui ateliers si era preparato alla professione di pittore tra il 1906 e il 1908, in composizioni ariose, dove anche la vena bozzettistica non scade mai nella cronaca di genere e nell’aneddotica. L’artista mantiene sempre un rigore formale e cromatico che gli derivano dallo studio di Caravaggio e Rembrandt, aggiornato sulla lezione dell’Impressionismo e del Post-Impressionismo parigino e lombardo (Casarin 1999, pp. 185-186).

Nello specifico Danza la Circassa mostra anche la verve simbolista di Moretti Foggia, la sua attenzione ai significati sottesi nel ritrarre verosimilmente brani dell’esistente, squarci di mondo che palesano verità intime o rivelano identità sociali. All’artista poteva interessare nella affastellata composizione orientale, nella cura descrittiva dell’ambiente lo spirito vitalistico della danzatrice che anima la scena, tanto da incantare quasi gli astanti assorti nella contemplazione dell’evento. Le morbide trasparenze e la seminudità della giovane ballerina, a confronto con le figure paludate dei presenti, accrescono l’afflato dionisiaco che qui si respira. Il busto inarcato funzionale a rivolgere più su lo sguardo verso il cielo si fa allegoria della necessità comune di tutti i popoli di porsi in comunione con le forze segrete dell’universo, di cui la danza esprime l’energia e la realtà più occulta.

Renata Casarin

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