opere in mostra

Opere in mostra

 

Mattia Moreni - La paura dell’uomo (frammento)

Mattia Moreni   La paura dell’uomo (frammento)
Mattia Moreni La paura dell’uomo (frammento)

MATTIA MORENI

(Pavia, 1920 – Brisighella, Ravenna, 1999)
 

La paura dell’uomo (frammento), 1956
olio su tela, 138 x 140 cm firmato e datato in basso al centro: “1956 Moreni” Ravenna, collezione privata
Bibliografia: Arcangeli 1965, p. XVI, ill. pp. XXI-XXII; Spadoni [1980] 2000, pp. 57-58, ill. pp. 60-61; Bentini 2000, pp. 27, 63; Crispolti 2016, pp. 9-17, ill. p. 13.

Di diritto questo frammento di un’opera più vasta entra nella mostra dedicata al tema del destino. La tela è infatti quanto resta del grande dipinto (250 x 500 cm) realizzato a Russi di Ravenna nell’estate 1956 ed esposto l’anno seguente a Parigi, tra il 13 marzo e il 4 aprile, alla Galerie Rive Droite, in Rue Faubourg St. Honoré, con presentazione in catalogo dell’amico Michel Tapié. Al rientro l’anno seguente (Bentini 2000, p. 27, p. 63; Spadoni [1980] 2000, pp. 57-58) dalla mostra parigina l’opera risulta rovinata a causa del trasporto. L’artista preso da furore la dà alle fiamme, compiendo in questo modo un atto iconoclasta, del resto per lui consueto, non tanto dissimile dalla furia gestuale con la quale il maestro inizia a cancellare in questo tempo figure, forme naturali, insegne dell’esserci quotidiano. Ne deriva una pittura favolosa e aspra insieme, perché all’indomani della guerra non potevano esserci vie facili da percorrere in arte. Tutto era a portata di mano, ma tutto era da ricostruire, anche la pittura. Il dibattito fra arte astratta e arte figurativa alla metà degli anni cinquanta sconta e si scontra con l’equivoco, ora della sinistra, di credere che il prodotto dell’azione creativa sia al servizio della politica. Si voleva spazzare via la retorica nazionalista e si faceva strada a un’altra, forse più pericolosa, cui artisti come Moreni non vogliono soggiacere. Non lo convincono né il Fronte Nuovo delle Arti, a cui si affaccia nel 1950, legato al critico Giuseppe Marchiori, né il drappello del Gruppo degli Otto, legati dal binomio astratto-concreto di Lionello Venturi, un’etichetta troppo riduttiva e stretta per chi rifugge dai formalismi in nome di una prassi ispirata all’etica. La furia distruttrice con cui pone al rogo La paura dell’uomo è la medesima della sua pittura: cruda, arsa e alla quale affida il compito di denunciare il bisogno di ri-creazione dell’esistente. La matrice espressionista impressa dalla lezione delle avanguardie storiche, prima intraviste poi conosciute alla Biennale del 1948, si mescola con le traiettorie dinamiche del Futurismo, si contamina con surrealistiche presenze alla Ernst, per sfociare in un Simbolismo inquieto. Lo esemplifica il tema stesso dell’opera, ma è un simbolismo quello di Moreni che parte dalla realtà, la supera con visioni brucianti, brulicanti di segni che intridono la tela, sembrano volere cancellare le parvenze delle cose per poi far di nuovo riaffiorare immagini di mondo. Per questo forse la sua arte ancora oggi affascina e sconvolge, respinge e attrae insieme. Come le macchie di Hermann Rorschach ci pongono davanti a un alfabeto che costruisce un mondo mentre ne decostruisce un altro, l’arte ha il compito di esorcizzare quell’universo spesso impazzito che alberga in ogni uomo, nominando con parole nuove il senso dell’appartenenza al cosmo.

Moreni negli stessi anni in cui approda all’Informale affidandosi al segno di Wols, all’acribia critica di Tapié, dipinge opere fulminee come La caduta (1956), Un uomo che cade, Una donna che cade (1957), si potrebbe dire cadute come conseguenze di una “paura” atavica che nega ogni possibilità di risalita a un orizzonte da cui sia possibile vedere un altrove. Anche per questo all’azzurrità del cielo nel lavoro del maestro si sostituisce il fuoco di tramonti infernali. Preferisce far bruciare che spegnere i falò, come quello da cui l’amico dell’artista sottrasse una porzione ancora non del tutto combusta della grande tela che si presenta in mostra. Come rivela una nota manoscritta apposta dallo stesso amico sull’esemplare di sua proprietà del catalogo della mostra antologica del 1965 (Arcangeli 1965, p. XXI): “questa parte sono riuscito a salvare con ‘paura’ dal fuoco”. A conferma dell’autenticità del frammento egli aggiunge a margine della foto del dipinto: “Sono stato autorizzato da Mattia per la conservazione come documento”.

Renata Casarin

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