opere in mostra

Opere in mostra

 

Pittore lombardo-veneto - Scena macabra: Dama con il figlio

Dama con il figlio
Dama con il figlio

PITTO RE LOMBARDO-VENETO

(XVIII secolo)
 

Scene macabre: Dama con il figlio, 1750-1775
olio su tela, 177 x 63 cm (ciascuno) Crema, Museo Civico di Crema e del Cremasco, dalla chiesa di San Bernardino infra muros, proprietà Capitolo della Cattedrale di Crema, in deposito dal 1960, inv. 0257B, 0258B
Bibliografia: Casarin 2004, pp. 87-90, p. 89, ill. 3

Le due tele fanno parte di un ciclo di quattordici dipinti, recuperato agli studi in seguito al restauro effettuato nel 2003 dalla ditta Ambrogio Geroldi di Crema, con la direzione lavori della Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico di Brescia, Cremona e Mantova. Dal 1960 si trovano in deposito presso il Museo Civico di Crema, in origine erano conservate nella chiesa di San Bernardino infra muros, dove venivano esposte durante il periodo della Quaresima. Questo rito della ostensione, in coincidenza con il tempo della penitenza, della preghiera e della meditazione sulla Passione di Gesù, getta nuova luce sul significato dei dipinti, che personificano in forma di scheletri, nel medesimo numero delle stazioni della Via Crucis, differenti tipologie di ranghi sociali, ben individuabili dagli attributi e dalle fogge degli abiti. Più che a scene macabre siamo dinanzi a una “danza delle vanità”, esibita mediante l’artificio di lunghe e strette edicole in pietra, davanti alle quali su basamenti modanati si allinea a grandezza naturale la teoria delle figure di Imperatore, Re e Doge, a loro volta contraltare della gerarchia ecclesiastica ricoperta in vita dall’Abate, dal Vescovo, dal Cardinale e dal Papa. Seguono il Cavaliere, il Patrizio, lo Scienziato, il Dotto o il Giuriconsulto e il Mercante di stoffe, ben distinti nei loro ricchi paludamenti dal povero costretto a mendicare. Unica figura femminile del ciclo, la dama ingioiellata ci inquieta con quel figlioletto che, benché privo di attributi sociali e di emblemi dell’effimero, si mostra sorridente a preconizzare la sorte della sua nobile esistenza se solo la morte non lo avesse presto rapito alla terra.

Queste tele possono collocarsi nel genere dei “ritratti d’apparat”, così diffusi nel XVIII secolo: sono una metafora del sonno eterno che appare sconfitto mediante la sopravvivenza dei segni esteriori, delle tracce della vanagloria o della pochezza del mondo. Sono i caratteri di quanto si è stati in vita che vogliono farci credere che la morte non eguaglia; lo raccontano le espressioni dei visi se pure ridotti a crani, gli ammiccamenti, la sicumera delle diverse posture. Lo esemplifica anche il Mercante di stoffe con quel sogghigno da usuraio, colto nell’atto compiacente di mostrare un prezioso broccato, mentre già pensa al guadagno e alla crescita della sua fortuna. Ogni tipo recita, credendoci, un ruolo. Ogni carattere morale proveniente dallo spirito è abolito, in perfetta adesione con gli elementi distintivi del secolo dei lumi che ha fatto della maschera, del nascondimento sociale dietro vesti sontuose i temi prediletti di Antoine Watteau, di Pietro Longhi, di Thomas Gainsborough, si assiste al trionfo della finzione, della retorica, della dissimulazione del sé, nel gioco infinito delle identità.

Anche le tele cremasche sono figlie dello spirito illuministico, capace di venire a patto con la morte, di esorcizzarla enfatizzandone i segni, rovesciando nel contempo la prospettiva religiosa di quel Dio che si è immolato sulla croce per salvare l’uomo, nato al mondo nudo. Lo stesso, dotato di un’anima, che la società aristocratica, raffinata nella Crema, nuova Venezia di terraferma, della metà del Settecento nel tempo quaresimale mostra, coniugando la rappresentazione della “morte secca” con quanto testimonia di ciò che siamo stati in vita.

Renata Casarin

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