opere in mostra

Opere in mostra

 

Pittore toscano - Ritratto di donna con moneta

Pittore toscano   Ritratto di donna con moneta
Pittore toscano Ritratto di donna con moneta

SCUOLA TOSCANA (?)

(seconda metà del XVII secolo)
 

Ritratto di donna con moneta (Allegoria della Buona Ventura), seconda metà del XVII secolo
olio su tela, 90,2 x 68 cm Ravenna, MAR - Museo d’Arte della città di Ravenna, inv. QA 289 (1994)
Bibliografia: Carte Bernicoli, s.d.; Arfelli 1936, p. 25; A. Mazza, in Pinacoteca Comunale 1988, pp. 151-152, n. 172; Ceroni 1993, p. 43; A. Mazza, in Pinacoteca Comunale 2001, p. 272, n. 201, ill. 210; Fabbri 2018, p. 133.

Le prime notizie sul dipinto risalgono al 1919 quando l’inventario della Galleria dell’Accademia di Ravenna lo registra al numero 88, senza indicazioni di accessione, con attribuzione a scuola lombarda del XVII secolo. Le circostanze dell’ingresso nelle collezioni ravennati non sono note, tuttavia, raccogliendo il suggerimento di Silvio Bernicoli, non si può escludere che il dipinto sia da riconoscere fra quelli provenienti dal legato di Enrico Pazzi (1899), annotati, nell’inventario dello scultore fiorentino, con indicazione generica, senza riferimenti al soggetto (Carte Bernicoli; A. Mazza, in Pinacoteca Comunale 2001, p. 272; Fabbri 2018, p. 133). L’orientamento verso la scuola lombarda, riconducibile alle attribuzioni inventariali, pare non sia accompagnato da discussione critica. A rilevarlo è Angelo Mazza, in occasione della ricognizione per il catalogo generale della Collezione Antica della Pinacoteca Comunale di Ravenna, che ritiene improbabile l’assegnazione a scuola lombarda del XVII secolo, preferendo orientare la ricerca, sia pur in forma dubitativa, in ambito toscano (A. Mazza, in Pinacoteca Comunale 1988, p. 151, n. 172, e in Pinacoteca Comunale 2001, p. 272, n. 201, ill. 210). L’autore della tela ravennate presenta affinità con il Ritratto di turco eseguito da Carlo Antonio Sacconi e ora consultabile presso Palazzo Pitti (Chiarini 1975, p. 73, tav. 44). Il confronto necessita di ulteriori verifiche ma l’ipotesi di una pista toscana troverebbe ulteriore conforto se la provenienza dalla collezione di Pazzi venisse confermata. Lo scultore fiorentino, di origini ravennati, noto per il Monumento a Dante eretto a Firenze per il VI centenario dantesco che si celebrava nel pieno dei fasti della neonata capitale dello Stato unitario, aveva messo insieme una considerevole collezione a Firenze, grazie alle entrature presso i mercanti d’arte che all’epoca assicuravano alla città il rango di capitale antiquaria e snodo internazionale nel circuito dell’arte (Fabbri 2018, pp. 121-122).

In questo caso si tratta di un’opera di genere profano realizzata per qualche mecenate del collezionismo. Il soggetto, infatti, si puntualizza in una figura femminile, inquadrata a mezzo busto e di tre quarti alla maniera del ritratto rinascimentale, mentre il viso si volge al riguardante per stabilire una conversazione intorno alla moneta in suo possesso, sullo sfondo di un’ambientazione naturalistica. A ben vedere la donna, dalle sembianze fisiognomiche puntualmente delineate e senza indulgere all’idealizzazione, è accompagnata da un corredo di attributi che orientano il soggetto verso l’iconografia della Buona Ventura, dando così ragione dei tratti popolari declinati in chiave gitana. Il carattere pittoresco dell’abbigliamento – dalla veste lussureggiante di tessuti fluenti alla camicia scollacciata, fino ai capelli portati al naturale con un’ampia bandana che ne trattiene la chioma – ne avvalora l’interpretazione. In quest’ottica anche l’ambientazione naturale, nelle profondità indefinite di un paesaggio a perdita d’occhio, parrebbe rinforzare l’allusione alla condizione errante della donna. Solo affidando le facoltà divinatorie a un corpo estraneo della comunità la predizione del destino diventa accettabile, ed è per questo che a portare la Buona Ventura è una zingara. Arriva, legge il futuro, se ne va.

Alberta Fabbri

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