opere in mostra

Opere in mostra

 

Bottega Pittorica Veneziana - Lo studio dell’alchimista

Lo studio dell’alchimista
Lo studio dell’alchimista

BOTTEGA PITTORICA VENEZIANA

(prima metà del XVIII secolo)
 

Lo studio dell’alchimista, prima metà del XVIII secolo
olio su tela, 95 x 115 cm (ciascuno) Milano, Collezione Fondazione Cariplo, inv. AF02059AFC, AF02060AFC
Bibliografia: A. Rovetta, in Le collezioni d’arte 1999, pp. 313- 314, n. 168 (Lo studio dell’alchimista); pp. 320-321, n. 174 (Lo studio dell’astronomo).

Dipinte da due autori diversi, le opere furono realizzate plausibilmente per lo stesso ciclo pittorico. Confermerebbero quest’ipotesi non soltanto i soggetti, tra loro correlati, ma anche l’architettura fantastica di elementi curvilinei, inquadrata da sottinsù dal medesimo punto di vista.

“Il vivace e luminoso cromatismo, l’elegante sottigliezza delle figure e il particolare gusto scenografico” hanno indotto Alessandro Rovetta ad attribuirne l’esecuzione a una delle numerose botteghe pittoriche veneziane, impegnate nella prima metà del Settecento nella decorazione delle più importanti residenze nobiliari dell’epoca. Lo studio dell’astronomo secondo Rovetta sarebbe riferibile a un artista vicino a Antonio Pellegrini (Venezia, 1675-1741), oppure a Jacopo Amigoni (Venezia, 1675 - Madrid, 1752).

Anche dopo l’avvento dell’Illuminismo e la conseguente distinzione delle diverse materie scientifiche attraverso un nuovo approccio razionale, l’alchimia con le sue connotazioni spirituali ed esoteriche continuò a esercitare un notevole fascino sugli studiosi, come attesta il celebre caso di Isaac Newton che vi si dedicò intensamente. Antesignana della chimica moderna, l’alchimia si intrecciava in modo inestricabile allo studio dell’astronomia e dell’astrologia, oltre che delle scienze naturali e della medicina. In particolare, gli elementi cosmici rivestivano una grande importanza, non solo perché scandivano una precisa corrispondenza fra le operazioni del laboratorio e il movimento dei pianeti e dei segni zodiacali, ma anche per il parallelismo che li legava al mondo naturale. Le due tele, quindi, sembrerebbero riconducibili alla decorazione del gabinetto di un studioso, probabilmente un membro dell’alta aristocrazia dell’epoca, come ci suggeriscono l’eleganza delle figure e l’atmosfera eccentrica degli ambienti. Nello Studio dell’alchimista il protagonista è circondato da ampolle, bottiglie e altri oggetti per la distillazione mentre attende al processo di trasformazione che si sta realizzando nell’Athanor, il forno delle combustioni, dove arde il fuoco segreto purificatore. Il laboratorio ha l’aspetto di una Wunderkammer, la camera delle meraviglie dove, a partire dal Cinquecento, gli scienziati, i collezionisti e i principi riunivano oggetti straordinari, reperti, minerali e animali imbalsamati, cui spesso si attribuivano significati simbolici, tra i quali l’elefante, il nautilus, il corallo, il coccodrillo, la tarantola e la protome del liocorno, qui facilmente riconoscibili. La stessa atmosfera fantastica si ritrova nello Studio nell’astronomo contraddistinta da un suggestivo chiarore lunare che penetra dall’oculo sulla volta per riflettersi sul grande globo centrale, accanto al quale è collocata una statua, forse quella di Hermes/ Mercurio, messaggero degli dei.

Il tema era stato affrontato nella pittura di genere olandese e fiamminga del Seicento da Adriaen van Ostad (1610-1685), Cornelis Pietersz Bega (1620-1664) e David Teniers il Giovane (1610-1690), quindi ripreso anche da Pietro Longhi (Gli alchimisti, 1757, Venezia, Ca’ Rezzonico) ad attestare l’ampia diffusione dell’alchimia in ambito lagunare nel corso del XVIII secolo.

Elena Lissoni

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