opere in mostra

Opere in mostra

 

Scultore Romano del XVI secolo - Cupido Dormiente

Scultore Romano   Cupido Dormiente
Scultore Romano Cupido Dormiente

SCULTORE ROMANO

(XVI secolo)
 

Cupido dormiente, seconda metà del XVI secolo (ante 1584)
marmo, 20 x 76 x 43 cm Mantova, Museo della Città, Palazzo San Sebastiano, inv. 11549
Esposizioni: 2008, Parma, Correggio, n. I.9; 2010, Roma, La forma del Rinascimento, s.n.; 2013, Mantova, Amore e Psiche. La favola dell’anima, s.n.
Bibliografia: Borsa 1790, p. 91; Labus 1837, III, pp. 253-256; Clément 1861, p. 62 nota 1; Conze 1867, p. 107; Richter 1877, pp. 171-174; Symond 1893, I, pp. 52-54 nota 1; Ozzola 1950, p. 131, n. 721; Baldini 1973, p. 91, n. 11; Baldini 1981, p. 36, n. 11; M.G. Vaccari, in Palazzo del Capitano 1986, p. 50, n. 65; Ventura 1997, pp. 50-51, n. 17; Pinotti 2005; Ventura 2005, p. 85; D. Gasparotto, in Correggio 2008, p. 88, n. I.9; R. Canti, in La forma del Rinascimento 2010, pp. 348-349; C. Pisani, in Amore e Psiche 2013, p. 149.

Il putto che dorme quieto adagiato su una roccia può essere facilmente identificato con Cupido grazie agli attributi che lo corredano: sono chiari indizi in tal senso le ali, l’arco e la faretra con le frecce, appoggiati al suo fianco, così come la corona di rose che gli cinge la testa, allusione, quest’ultima, a sua madre Venere. La presenza di due serpenti che strisciano sul corpo del fanciullo e cercano di scalarne il torso dai due lati per ricongiungersi è stata letta come un’ulteriore conferma dell’iconografia amorosa: come ha messo in evidenza Leandro Ventura un simile simbolo compare infatti nell’emblematica cinquecentesca, e in particolare nel testo di Johannes Sambucus, proprio in relazione a una coppia di amanti (Ventura 1997, p. 51).

Il Cupido è attestato per la prima volta nel 1584, quando Alessandro Lamo lo descrive all’interno del Palazzo Giardino di Sabbioneta, in una nicchia al di sopra della finestra in quella che viene oggi chiamata stanza dei Miti. Da una simile collocazione il marmo fu rimosso nel 1774: in questa data viene infatti censito in un elenco delle sculture che da Sabbioneta furono trasferite nell’Accademia di Mantova per essere allestite nel neonato museo dell’istituzione. Spostato nel 1917 a Palazzo Ducale, da questa sede giunse infine in quella attuale nel 2005.

Sebbene l’opera sia stata più volte associata al celebre Cupido eseguito nel 1496 da Michelangelo giovane per Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, tale ipotesi può essere definitivamente scartata poiché contraddetta dalle fonti e dalle testimonianze storiche relative a entrambi i pezzi. Mentre per il marmo esposto in mostra è attestata la provenienza ab antiquo da Sabbioneta, della versione scolpita dal Buonarroti si possono ricostruire le vicende fino al Seicento. Secondo quanto narrato da Ascanio Condivi e da Giorgio Vasari, l’opera del giovane artista fu venduta al cardinale Raffaello Riario come reperto antico, per essere poi restituita al suo committente; passò subito dopo a Cesare Borgia, il quale ne fece dono a Isabella d’Este nel 1502. Nella raccolta della marchesa di Mantova il Cupido buonarrotiano trovò un pendant di altrettanta superba qualità in una scultura di analogo soggetto attribuita a Prassitele: entrambe le opere furono allestite nella Grotta, luogo d’eccellenza del collezionismo di Isabella, istaurando un muto dialogo. Nel corso del Seicento il marmo dello scultore fiorentino subì il triste destino della maggior parte delle collezioni Gonzaga e fu venduto alla Corona inglese (1632); collocato a Whitehall dovette probabilmente andare distrutto in occasione dell’incendio del 1698.

Il Cupido esposto in mostra testimonia la fortuna riscossa nel Cinquecento da tematiche ispirate all’antico e rivisitate da artefici moderni. Non è infatti un caso che nella raccolta di Vespasiano Gonzaga a Sabbioneta il marmo fosse presentato nella galleria di sculture classiche e neppure che, per buona parte della sua storia, fosse ritenuto un pezzo della medesima epoca. Allo stesso tempo un’opera come questa era apprezzata per le sue valenze allusive e simboliche: sebbene il figlio di Venere sia emblema assoluto dell’amore, la presenza dei serpenti, così come la scelta di una posa che richiama il sonno eterno della morte, gettano un’ombra su tale visione idilliaca e rievocano le insidie della vita e del sentimento amoroso. Riguardo al suo autore possiamo condividere l’ipotesi avanzata da Davide Gasparotto (D. Gasparotto, in Correggio 2008, p. 88), il quale lo ha identificato con uno scultore romano pratico di antichità e abituato al loro restauro, il cui profilo potrebbe coincidere con quello di Giovanni Battista Della Porta (Porlezza, Como, 1542 - Roma, 1597). Quest’ultimo fu attivo per Vespasiano Gonzaga, sia come agente a Roma per l’acquisto di opere classiche sia come restauratore; egli eseguì inoltre le figure della Fortezza e della Giustizia per il monumento funebre del duca di Sabbioneta (Brentano 1989).

Michela Zurla

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