opere in mostra

Opere in mostra

 

Sfinge

Sfinge
Sfinge

ARTE ROMANA

Sfinge, fine del I secolo a.C. - inizio del I secolo d.C.
marmo, 85,3 x 71 x 43 cm Mantova, Museo della Città, Palazzo San Sebastiano, inv. 17
Bibliografia: Levi 1931, n. 7; Ventura 1997; Menotti 2005; Pisani 2015.

La sfinge, mostro alato a testa umana su corpo leonino, generata dall’unione incestuosa del cane Orto con la madre Echidna, è seduta sulle zampe posteriori e poggia su di un alto piedistallo ovale. Il volto proteso in avanti è addolcito da capelli leggermente ondulati, ripartiti ai lati della fronte e raccolti a crocchia sulla nuca. Le ali, rigidamente parallele al corpo, sono spiegate all’indietro. Il piumaggio inciso è reso in maniera sommaria con rimandi arcaicistici, le zampe esili e allungate rivelano le articolazioni nodose. L’iconografia e la resa stilistica rimandano all’arte greca protoclassica, degli inizi del V secolo a.C., come sottolineato da Alda Levi (1931, p. 19, n. 7) nel catalogo delle sculture antiche conservate in Palazzo Ducale a Mantova. L’iconografia anticipatrice del modello classico si coglie nella figura mitologica dedicata dagli abitanti di Naxos al santuario di Apollo a Delfi. Tuttavia la diffusione del prototipo in età romana, dove la sfinge assume prevalentemente una valenza funeraria, collocata in coppia ai lati di sepolcri monumentali, riconduce l’esemplare mantovano tra la fine del I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d.C., come già suggerito da Leandro Ventura (1997, pp. 43-44). L’età dell’oro augustea, celebrata nella letteratura e nell’arte, utilizza i modelli della classicità greca elaborati in forme ecclettiche come impone il linguaggio figurativo espresso dalla propaganda imperiale. Diversi esemplari noti, tra cui quello del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, si avvicinano all’opera mantovana.

La sfinge qui presentata faceva parte della collezione di antichità raccolta e collocata nei palazzi e nelle piazze di Sabbioneta dal principe Vespasiano Gonzaga Colonna e accoppiata a una analoga raffigurazione con testa maschile non pertinente. La collezione di Vespasiano, conservata pressocché intatta a Sabbioneta per quasi due secoli dopo la morte del principe, venne riscoperta nel 1773 da Antonio Maria Romenati, Soprintendente alla Scalcheria Ducale, incaricato di reperire mobili e oggetti da trasferire in Palazzo Ducale a Mantova. Colta l’importanza del nucleo collezionistico sabbionetano, le sculture furono recuperate e trasferite a Mantova tra il 1774 e il 1775 per ordine del Capo Dipartimento Italiano a Vienna, conte Joseph von Sperges (Pisani 2015, pp. 11-26). Circa un decennio più tardi le opere confluirono nella raccolta del Museo Statuario di Mantova e furono collocate enfaticamente ai lati della scalinata che conduce alla biblioteca Teresiana. La fortuna di queste immagini a Mantova si esprime nelle riproduzioni in terracotta poste come mensole ai lati del monumentale portale di Palazzo d’Arco (Menotti 2005, p. 79).

La rappresentazione artistica della sfinge è spesso incentrata sull’incontro alle porte di Tebe tra il mostro divo e il giovane Edipo, in veste di viaggiatore. Qui Edipo sarà l’unico a superare la prova, rispondendo al noto indovinello dell’animale mitico, che divorava tutti i passanti incapaci di risolverlo.

La sfinge divenne così simbolo del destino dell’uomo. I suoi legami con le vicende tebane e i miti della violenta passione di Laio per Crisippo e dell’incestuosa inconsapevole unione tra Edipo e la madre Giocasta, celebrati nella tragedia greca giocarono un ruolo fondamentale nell’elaborazione delle teorie psicanalitiche da parte di Freud e di Jung.

Nicoletta Giordani

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