opere in mostra

Opere in mostra

 

Virgilio Guido - Cielo antico

Virgilio Guido   Cielo antico
Virgilio Guido Cielo antico

VIRGILIO GUIDI

(Roma, 1891 - Venezia, 1984)
 

Cielo antico, 1951
olio su tela, 90 x 70 cm firmato in basso a destra a pennello: “gvidi” Mantova, Complesso Museale Palazzo Ducale, inv. st. 121735

Bibliografia: Bizzotto, Marangon, Toniato 1998, I, p. 444, n. 37.

Il dipinto è un piccolo capolavoro eseguito da Virgilio Guidi in una data cruciale per l’arte contemporanea italiana e per la storia personale dell’artista romano. Il 1951 è infatti l’anno in cui con Lucio Fontana e altri artisti firma, alla Galleria Il Naviglio di Milano, il IV Manifesto dell’Arte Spaziale. A questa data risale anche l’esecuzione dell’opera, che fa parte del ciclo dei “Cieli antichi”. La tela è campita da piani di puro colore giocati nei toni di un blu, ora denso, ora liquefatto, e di un magenta che a squarci si apre a disegnare quasi una trina sul cielo, su cui spicca, in alto al centro, una stella dalla quale piovono filamenti, stille danzanti nell’irrelatività del firmamento, forse memoria di un fuoco lavico antico.

Tra il 1947 e il 1950 l’artista si era dedicato ai temi delle “Marine” e delle “Figure nello spazio”, soggetti dove condensa l’interesse per i valori del colore luce e per la composizione spaziale, perseguita attraverso stesure cromatiche dai timbri neopuristi, trasudanti una luce interiore. La medesima che ritroviamo in Cielo antico, mediante l’uso a risparmio del colore e la tecnica del lasciar trasparire la trama del supporto.

Guidi pone a frutto in questi anni la capacità di coniugare la formazione classica sugli artisti primitivi, da Giotto a Piero della Francesca, con l’esperienza concreta dettata dalla permanenza dal 1927 in forma stabile a Venezia – se si eccettua la parentesi pur proficua tra il 1935 e il 1944 del soggiorno a Bologna –, città che per eccellenza vive sospesa tra la liquidità dell’acqua e l’immaterialità del cielo.

La poetica della luce spaziale diviene dagli anni cinquanta in avanti il cuore della metafisica di Virgilio Guidi; così la serie dei “Cieli antichi”, di cui fa parte la tela in esame, che doveva essere completata da quella mai eseguita dei “Cieli moderni”, mostra come la ricerca del maestro si distanzi dal dato naturalistico per assurgere alla visione cosmica. In ciò asseconda quel bisogno dell’uomo d’indagare il macrocosmo, di accedere alle verità ultime, aderendo a una concezione teosofica della vita e dell’arte che è sempre sottesa nell’opera di Virgilio Guidi.

La conferma di questo assunto etico si rintraccia nei seguenti enunciati espressi nel Manifesto Tecnico dello spazialismo: “La Torre di Babele è un esempio antichissimo della pretesa dell’uomo per il dominio dello spazio. La vera conquista dello spazio fatta dall’uomo è il distacco dalla terra, dalla linea d’orizzonte, che per millenni fu la base della sua estetica e proporzione”. Cielo antico è la trascrizione di questo dettato, espressione della necessità dell’uomo di riconnettersi con l’aspirazione ancestrale di conquistare la volta celeste, per allontanarsi da una visione contingente, limitata del mondo.

La tela è riprodotta nel catalogo generale dei dipinti dell’artista romano, quando ancora si trovava a Padova nella collezione Giampietro Turolla; alla fine degli anni Novanta è stata acquistata da una galleria d’arte lombarda che, nel 2014, ne ha proposto la cessione allo Stato in regime di legge 512/1982, unitamente a un paesaggio romano di Giuseppe Capogrossi. Dopo un lungo iter procedimentale nel 2017 le due tele sono state acquisite dal Complesso Museale Palazzo Ducale di Mantova.

Renata Casarin

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