opere in mostra

Opere in mostra

 

Ambito di Giovan Battista Barbieri, detto il Guercino - Vanitas

Vanitas
Vanitas

AMBITO DI GIOVAN BATT ISTA BARBIERI (detto IL GUERCINO)

(prima metà del XVII secolo)
 

Vanitas (Putto con teschio, specchio e civetta), 1640 circa
olio su tela, 54 × 70,5 cm Lovere, Galleria dell’Accademia Tadini, inv. P337
Bibliografia: Bibliografia: Tadini 1828, p. 38; Tadini 1837, p. 50; Frizzoni 1903, p. 36; Scalzi 1929, p. 100.

Il dipinto, parte del legato del conte Luigi Tadini (1828), fu registrato nelle prime guide della Galleria (Tadini 1828; Tadini 1837) come opera di “autore incerto”. Questa indicazione generica compare anche nei testi successivi (Frizzoni 1903; Scalzi 1929). In effetti, l’opera, insolita anche per soggetto, provoca qualche difficoltà sotto il profilo attributivo, tant’è vero che le successive ipotesi, oscillanti fra Seicento e Settecento, vengono tutte avanzate oralmente. A quanto risulta dalla scheda conservata presso la Galleria, si va da un primo riferimento ad Alessandro Varotari, detto il Padovanino (Giuseppe Fiocco, 1959), all’accostamento al fiorentino Alessandro Gherardini (Marco Rosci, 1982), a un suggerimento (anonimo, ma inserito nell’inventario della Pinacoteca redatto a partire dal 1966 circa) in favore di Luigi Miradori detto il Genovesino. Infine, una proposta orale di Angelo Mazza (2012) orienta la ricerca verso l’ambito di uno dei più interessanti pittori emiliani del XVII secolo: il centese Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino. Ed è con questa ipotesi che chi scrive concorda, essendo arrivata alla stessa conclusione indipendentemente. La teletta, a cui un restauro del 2000 ha donato migliore leggibilità, trova riscontro, per le ombreggiature profonde e a un tempo morbide che segnano il volto del fanciullo, nelle soluzioni relativamente giovanili del pittore di Cento, quelle coincidenti o immediatamente successive al viaggio romano. Il volto del bimbo richiama, anche per un analogo baluginio negli occhi, quelli degli angeli che attorniano la Vergine assunta nella volta della chiesa del Rosario a Cento, che viene datata intorno al 1622 (D. Mahon, in Il Guercino 1991, n. 25), e analogo è il gioco dell’ombra e della luce contro il buio del fondo. Non è possibile, a mio giudizio, riconoscervi nessuno degli artisti noti che ruotano intorno al Guercino, né i Gennari, né Mattia Loves, né Benedetto Zalone, per cui si sceglie di non assegnare nessun nome, per ora, al dipinto, che risulta di grande interesse sia per la qualità esecutiva, buona, anche nel caso si trattasse di una derivazione da un più nobile modello guercinesco e in leggero ritardo rispetto a quello, sia per l’originalità del soggetto, alquanto complesso. Si tratta con ogni evidenza di una Vanitas, un dipinto che, prendendo spunto dai primi versetti del libro biblico sapienziale Qohelet (o Ecclesiaste), tradotti in “vanitas vanitatum et omnia vanitas”, allude al tema della caducità della vita. Sul tavolo, infatti, è posato un teschio, sul quale appoggia la mano grassoccia il putto, che orienta con l’altra un piccolo specchio per riflettere un raggio di luce. L’iscrizione in alto a sinistra, “NEC HORRET NEC TIMET”, spesso adottata nella predicazione cristiana, invita a non abbandonare il giusto percorso, e anche la presenza della civetta, simbolo che può assumere valenze diverse, sembra qui fungere prevalentemente da monito, alludendo alla lungimiranza. Mi segnalano Maria Luisa Casati ed Elena Lea Bartolini che l’iscrizione presente sulla costa del grande libro posato sul tavolo riporta le parole iniziali del primo trattato Talmud babilonese, detto delle Benedizioni, che si pone il quesito da quale momento gli Ebrei possono cominciare a pronunciare la preghiera serale. Una colta citazione che attesta l’alto livello intellettuale del committente.

Fiorella Frisoni

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