opere in mostra

Opere in mostra

 

Arte africana

Arte Africana
Arte Africana

ARTE AFRICANA

L’incanto di mondi lontani

Al viaggiatore occidentale l’Africa è sempre sembrata un continente affascinante e misterioso, abitato da popolazioni che facevano pensare a come potesse essere la vita dell’uomo primitivo, ben lontano dalle abitudini europee. Proprio per questo provocava un’attrazione particolare che ha radici già nella prima età moderna, come dimostrato da François-Xavier Fauvelle, quando non si conoscevano ancora con precisione i confini di quella terra inesplorata. Più vicino nel tempo, poi, come recita il titolo di un romanzo di Riccardo Bacchelli, questo interesse si trasformerà in un vero e proprio Mal d’Africa. In una conferenza del 1984 dedicata al Gusto dei primitivi a partire dall’omonimo e fortunato libro pubblicato nel 1926 da Lionello Venturi, Ernst Gombrich citava un lungo passo di Goethe da un testo del 1772 sull’architettura tedesca: “Il selvaggio dà forma e colore alle sue noci di cocco, alle sue penne, al suo corpo con strani disegni, figure spaventevoli, tinte sgargianti, eppure, per arbitrarie che siano le forme di queste sue creazioni, il tutto diventerà armonioso anche senza avere le giuste proporzioni perché una singola emozione fonde il tutto in un’entità caratteristica”. Difficile dire quali fossero le conoscenze dello scrittore tedesco in materia di popolazioni extra-europee, ma questa affermazione sintetizza efficacemente il punto di vista dell’uomo occidentale sulle testimonianze visive prodotte da civiltà da lui lontane per gusto e scelte estetiche, con quel misto di attrazione verso un repertorio di forme distanti dal canone classico e di incomprensione, unita alla convinzione di possedere una superiore coscienza critica, verso i meccanismi culturali che avevano dato vita a quei manufatti. Il termine “primitivo”, applicato fra Otto e Novecento a una serie di fenomeni fra loro differenti, sta a significare proprio questo: l’espressione di uno spirito primigenio, empirico, mosso da un istinto irrazionale ma portatore di valori originari e autentici. Per questo sotto tale etichetta era stata classificata, specie nell’Ottocento (ed è questa l’accezione del termine usata da Venturi), la pittura italiana del Tre e Quattrocento, prima che con essa si andasse a definire un ampio numero di culture visive che andavano dall’Africa all’Estremo Oriente, fino all’Oceania, come uno sviluppo naturale di quella moda ottocentesca per l’esotismo che aveva cercato di riproporre nelle arti belle e nelle arti applicate gli stili e le atmosfere di un mondo misterioso e carico di una sensualità lussuriosa di cui davano conto i viaggiatori di ritorno dal Medio Oriente e da territori di cultura bizantina.Al contrario, le tendenze “primitiviste”, fra curiosità antropologica e attrazione per l’arte astratta, erano mosse dal desiderio di un ritorno alle origini, a una verginità di sentimenti che aveva una ricaduta figurativa in una progressiva purificazione delle forme che portava a sintesi dei volumi, dell’anatomia umana e delle espressioni, evidenziando allo stesso tempo un profilo arcaizzante, che nella sua antitesi astraente rispetto a un’arte mimetica alludeva a un mondo lontano nel tempo in cui l’arte aveva una connotazione rituale.Per questo è all’inizio del Novecento che i principali protagonisti delle avanguardie storiche subirono il fascino della scultura africana, grazie ai manufatti portati in Europa dalle grandi campagne coloniali e radunati nei primi musei di carattere antropologico. Il Trocadero a Parigi, ad esempio, diventa meta abituale degli artisti dell’École de Paris, che nelle fisionomie intagliate nelle maschere africane avevano trovato la chiave per una raffigurazione in sintonia con l’idea di scomposizione della figura umana e di sua ricomposizione entro un contesto mutato, di cui le Demoiselles d’Avignon di Picasso (1907) sono una palese testimonianza. Il punto fondamentale di questo rapporto, infatti, stava in un interesse per il linguaggio e per le forme dell’arte africana, in una immedesimazione che puntava a una traduzione in stile moderno di quei volumi, non nella citazione iconografica di manufatti dalla foggia esotica entro una rappresentazione di carattere occidentale. Un pittore come Amedeo Modigliani, ad esempio, sarà definito da Margherita Sarfatti, nel tentativo di unire stile modernista e italianità, come un “Botticelli negro”. Non a caso gli estimatori dell’arte d’avanguardia cominciarono a collezionare arte africana e a esporla nelle proprie collezioni assieme ai dipinti cubisti e fauves e i critici ne scrivono, come nel caso del famoso libro di Karl Einstein sull’arte “negre”.Sul lungo periodo, finita la stagione delle conquiste coloniali (ma non il patronato europeo sui territori africani), il rapporto fra avanguardia e primitivo avrebbe assunto una nuova forma. Gli artisti della prima metà del secolo avevano guardato a maschere, totem e feticci cercando una lezione di depurazione formale sdoganando la qualità estetica di quelle opere, al punto che nella seconda metà del secolo sembra non potersi fare a meno di proiettare su quei manufatti il ricordo delle opere d’avanguardia. L’arte africana continuava a mantenere quell’impressione di un mondo arcaico fuori dal tempo, tanto da far dimenticare agli osservatori che gran parte delle sculture “primitive” radunate nelle collezioni europee erano state realizzate nel corso dell’Otto e dello stesso Novecento. A mutare, però, era l’occhio dell’uomo europeo che si posava su quelle immagini: dall’arte africana a Picasso prima, da Picasso all’arte africana poi.

Luca Pietro Nicoletti

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