opere in mostra

Opere in mostra

 

Dall'Oca Bianca Angelo - Pescatori di sabbia

Pescatori di sabbia
Pescatori di sabbia

ANGELO DALL'OCA BIANCA

(Verona, 1858-1942)
 

Pescatori di sabbia, 1884
olio su tela, 71,5 × 110,5 cm firmato in basso a destra: “Angelo Dall’Oca Bianca” Milano, Collezione Fondazione Cariplo, inv. AH01481AFC
Esposizioni: 1884, Torino, Esposizione generale, n. 648; 1998- 1999, Monza, Luci e colori del vero, n. 62.
Bibliografia: Esposizione generale 1884, p. 26, n. 648; A. Ranzi, in Luci e colori del vero 1998, p. 129, n. 62, ill.; S. Rebora, in Le collezioni d’arte 1999, pp. 140-142, n. 66, ill.; Arich 2002, p. 26, p. 30 nota 13 (Sabbiatori dell’Adige alla “rosta” del Redentore).

Dopo l’esordio alla rassegna annuale di Brera del 1880 e la partecipazione all’Esposizione Nazionale di Milano dell’anno seguente, Angelo Dall’Oca Bianca si presentò all’Esposizione Nazionale di Torino del 1884 con ben nove dipinti (Ora pro ea, Nebbia sull’orizzonte, Serenità, Pescatori di sabbia, Colto in flagrante, Un bacio al volo, Le ultime cartucce, Verso sera, Dopo messa), due dei quali furono acquistati dalla regina Margherita di Savoia, che gliene commissionò altrettanti l’anno successivo. Identificabile con Pescatori di sabbia, la grande tela in mostra riporta in primo piano l’episodio con i pescatori impegnati nel recupero della sabbia dal greto del fiume, dal quale l’opera ricava il titolo, ma maggiore risalto è dato alla veduta del fiume e della città di Verona sullo sfondo: la prospettiva ampia e luminosa si sofferma sulla descrizione degli edifici cittadini, sulla resa atmosferica del cielo e dei riflessi sulle acque dell’Adige, che scorrono al di sotto del ponte Pietra. L’opera si inserisce all’interno del repertorio del pittore dedicato alle vedute di Verona, ricorrente in tutta la sua produzione, declinate nella scena di genere o con un gusto paesaggistico che, dopo l’esondazione dell’Adige del 1882, assunsero – come in questo caso – una valenza documentaria. Riferibile all’attività giovanile dell’artista, ancora fortemente debitrice al naturalismo accademico del suo maestro Napoleone Nani, la veduta risente nel taglio compositivo dell’esperienza di Dall’Oca in campo fotografico. La nuova identità professionale dell’artista si allontanava dagli insegnamenti tradizionali, rimodulando il proprio approccio alla realtà attraverso nuovi strumenti tecnologici, proprio mentre la fotografia otteneva i primi riconoscimenti anche negli ambienti ufficiali, sebbene soltanto come sussidio alla pittura, in quanto funzionale a “sciogliere il grande enigma del vero”, come aveva sostenuto Pietro Estense Selvatico nel famoso discorso tenuto all’Accademia di Venezia nel 1852. Frequentatore dell’ambiente artistico-letterario gravitante attorno alla rivista “Cronaca bizantina”, durante il suo soggiorno romano del 1882, a contatto con Francesco Paolo Michetti, Dall’Oca sviluppò l’impiego del mezzo fotografico come efficace strumento di raccolta di immagini ai fini dell’attività pittorica, senza però che assumesse mai il carattere di espressione autonoma. L’uso di bozzetti fotografici fu accuratamente nascosto dal pittore, soprattutto in seguito alle accuse mosse contro di lui da una parte della critica che gliene rimproverava un’eccessiva dipendenza, incolpandolo di “truffare il pubblico avvalendosi dell’uso di fotografie” e di agire con “talentone da industriale”.

Elena Lissoni

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