opere in mostra

Opere in mostra

 

Enrico Albrici - Il grifone alla festa

Il grifone alla festa
Il grifone alla festa

ENRICO ALBRICI

(Vilminore in Val di Scalve, Bergamo, 1714 - Bergamo, 1775)
 

Il grifone alla festa, 1765-1770
olio su tela, 89 × 116 cm; 88 × 120 cm Collezione Banco BPM, invv. CB-00048 01 e CB-00049 01
Esposizioni: 1991, Milano, Settecento lombardo, nn. I, 252-253; 1996, Bergamo, Dalla Banca al Museo, s.n.; 2000, Pavia-Ariccia, I piaceri della vita; 2003-2004, Milano, Il Gran Teatro del Mondo, nn. II.26-II.27; 2008, Romano di Lombardia, Collezione Creberg.
Bibliografia: Baroncelli 1990, pp. 191-192, n. 5; Olivari 1990, pp. 150-151; F. Rossi, in Dalla Banca al Museo 1996, pp. 94-96; I piaceri della vita 2000, p. 75; A. Scappini, in Il Gran Teatro del Mondo 2003, pp. 356-357; G. Valagussa, in Collezione Creberg 2008, pp. 30-31 (con bibliografia precedente).

Originario della Val di Scalve, quindi allievo a Brescia di Ferdinando del Cairo, Enrico Albrici (o Albricci) si dedicò inizialmente a una produzione pittorica di soggetti sacri. Soltanto attorno al 1761 (M. Olivari, in Moretto, Savoldo, Romanino 2014, p. 148) avviò un nuovo repertorio derivato dall’ironica “pittura di pigmei” del bresciano Faustino Bocchi (1659-1741), catturando l’interesse della migliore committenza lombarda, soprattutto nobile e alto-borghese bergamasca. A questo repertorio – che appartiene al più tipico filone delle bambocciate – sono riconducibili le vedute fantastiche in mostra, che raffigurano due scene di festeggiamenti presso un villaggio di nani per l’arrivo e il soggiorno di un grifone – piccione o colomba, secondo varie interpretazioni. Come in Gallina sul battello (pubbl. in Moretto, Savoldo, Romanino 2014, p. 148), in un episodio il grosso uccello avanza in nave solennemente accovacciato e riparato da un baldacchino, facendosi preannunciare da un trombettiere alla piccola folla di popolani, gentiluomini e figure vestite alla turchesca che lo attendono in porto. Nell’altra scena il festeggiato, preceduto da un corteo di musicanti e cavalcato da una minuscola dama, viene condotto verso un’erma inghirlandata, mentre alle sue spalle due personaggi cercano di salvarne un terzo, aggredito da un granchio nero, e più oltre due cavalieri costeggiano la riva a cavallo di una lumaca. Riconosciute come opere di Albrici da Maria Adelaide Baroncelli, le due tele – nate in pendant nonostante la lieve differenza di misure – sono state analizzate da Giovanni Valagussa, che si è soffermato anche sulla possibile trama della storia e sulla successione degli episodi, i quali – secondo Francesco Rossi – rappresenterebbero il racconto allegorico dell’inizio e della fine della Primavera, con la festa per l’arrivo di Proserpina e il suo ritorno in barca nelle case dell’Ade. Sebbene Mariolina Olivari segnali che le invenzioni di Albrici affiancarono talvolta quelle dei letterati e degli illuministi, ricoprendosi anche di significati allegorici, come sostiene Valagussa, il mondo figurativo del pittore non sembra in questo caso riconducibile a una “precisa narrazione ispirata a testi riconoscibili”, ma a una dimensione di fiaba o a una sfilata di carri allegorici in maschera, che qui si svolge tra architetture stravaganti, sullo sfondo di un vasto paesaggio lacustre dove splendono cieli rosati e luminosissimi, parodia della migliore Arcadia.

Elena Lissoni

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