opere in mostra

Opere in mostra

 

Evaristo Baschenis - Composizione con strumenti musicali

Composizione con strumenti musicali
Composizione con strumenti musicali

EVARISTO BASCHENIS

(Bergamo, 1617-1677)
 

Composizione con flauto a becco, chitarra, mandola, violino con arco, liuto attiorbato, viola da arco bassa, fogli con notazioni musicali, libri, mela e lettera, 1670 circa
olio su tela, 75 × 99 cm firmato sul manico del liuto attiorbato: “Evaristo Baschenis P. Bermogi” collezione privata
Esposizioni: 1953, Milano, I pittori della realtà, p. 43, n. 56; 1996, Bergamo, Evaristo Baschenis e la natura morta in Europa, p. 236, n. 44; 2000, New York, The Still Lifes, pp. 126, 131, n. 14; 2015, Torino, Il silenzio delle cose, pp. 100-101, tav. 23.
Bibliografia: Locatelli Milesi 1952, pp. 22-23, n. 3; Rosci 1985, p. 81, n. 43, figg. 3-4; Ravelli 2006, pp. 20-21.

Il dipinto è senza ombra di dubbio uno dei capolavori della tarda attività di Baschenis, che lo eseguì in un’unica versione – non sono infatti note repliche autografe – probabilmente a cavallo tra settimo e ottavo decennio del Seicento. È verosimile credere che l’iscrizione “Alla Molto ill.ma Marchesa / Sig.ra Angela Costanza Porta / Milano”, leggibile sul foglietto di carta appoggiato sopra il liuto a destra, faccia esplicito riferimento alla non ancora identificata committente della tela, a conferma del legame del maestro bergamasco con l’ambiente meneghino. L’opera appartiene a quella specifica fase in cui il Prevarisco abbandona progressivamente i ritmi sontuosi e dilatati degli anni precedenti, per proporre composizioni più meditate e bilanciate, plasticamente essenziali, geometricamente sintetiche, concentrandosi sulle potenzialità espressive dei suoi amati violini, liuti, mandole, chitarre e violoncelli. Come ha sottolineato recentemente De Pascale (in Il silenzio delle cose 2015, pp. 172-173), “il rapporto tra i singoli strumenti si qualifica come un confronto tra caratteri e personalità diverse, intessuto di dialoghi muti e di confluenze corali, di toni scuri e di bassi che si intrecciano in modo inestricabile, laddove il contenuto informativo – la possibilità cioè di una percezione esaustiva della forma stereometrica dell’oggetto – cede il passo alle qualità interpretative e plastiche di ciascuno di essi”. Infatti, ciò che a uno sguardo superficiale può apparire un assemblaggio caotico di strumenti e oggetti, a un’osservazione più approfondita si rivela essere una composizione accuratamente studiata, retta da uno schema impaginativo calibrato e rigoroso, basato sull’incrocio di linee diagonali che convergono verso il centro. Perno di questa articolata architettura è il riccio della viola da gamba che svetta solitario contro lo sfondo scuro, scolpito dalla morbida luce ambrata e fasciante spiovente dall’alto, che domina sull’agglomerato plastico-spaziale allestito sul tavolo e proiettato verso lo spettatore. La grandezza di Baschenis è manifesta non solo nella sublime qualità della stesura pittorica e nell’alto grado di verosimiglianza e di illusionismo ottico che il maestro conferisce agli strumenti musicali, ma anche nella raffinatezza della tavolozza cromatica tutta giocata sulle calde tonalità dei marroni e dei beige, negli impeccabili scorci prospettici, nella sapiente regia luministica e negli eleganti contrappunti tonali. Sebbene non sia così lampante come nel Piatto di mele e rosa su stipo presente in mostra (cat. 15), anche in quest’opera è ravvisabile in filigrana un richiamo alla vanitas, come suggeriscono le corde spezzate, il cuoio consumato delle coperte di alcuni libri e la carta leggermene ingiallita dello spartito. Come è già stato evidenziato in passato, il tema della vanitas è anche intrinseco allo stesso soggetto musicale che allude sia all’aspetto edificante di un linguaggio capace di elevare l’anima, sia alla dimensione dilettevole di un piacere tanto intenso, quanto effimero e fugace come una nota musicale, come la vita stessa.

Davide Dotti

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