opere in mostra

Opere in mostra

 

Giacomo Ceruti, detto il Pitocchetto - Maschere e venditrice

Maschere e venditrice
Maschere e venditrice

GIACOMO CERUTI (detto IL PITOCCHETTO)

(Milano, 1698-1767)
 

Maschere e venditrice, 1735-1740 circa
olio su tela, 141,4 × 124 cm Collezione Banco BPM, inv. CB-00054 01
Esposizioni: 1996, Bergamo, Dalla Banca al Museo, s.n.; 2001, Genova, Viaggio in Italia, n. IV.21; 2003, Milano, Il Gran Teatro, n. II.164; 2008, Romano di Lombardia, Collezione Creberg.
Bibliografia: Fiocco 1935, pp. 150-151; Gregori 1982, pp. 76 e 449, n. 114; Merriman 1986, p. 73; Passamani 1987, p. 24; F. Rossi, in Dalla Banca al Museo 1996, pp. 92-93; Viaggio in Italia 2001, p. 160; A. Magnani, in Il Gran Teatro 2003, pp. 594- 595; S. Facchinetti, in Collezione Creberg 2008, pp. 28-29 (con bibliografia precedente).

Il dipinto rappresenta un unicum nella produzione di Ceruti. I protagonisti sono rappresentati in maschera, intorno al banco di una venditrice, accompagnati da un servitore bambino di colore (intento a guardare il cagnetto proteso verso la donna in primo piano). Dei tre personaggi, quello maschile, con la “bauta” veneziana, sembra intento a parlare con la venditrice, mentre le due donne, a viso scoperto, sembrano voler incrociare lo sguardo del lettore. Già dalla pubblicazione di Fiocco del 1935 l’opera è stata affiancata al suo pendant, la Famiglia dei poveri di proprietà privata (ma appartenuta, fino al 1953, a Giovanni Testori). Entrambe le tele, come ricorda Facchinetti nel 2008, sono caratterizzate da misure simili e incorniciate da un bordo ovale scuro. Le due opere provengono, come spiega Rossi nel 1996, dalla collezione Publio Podio di Bologna e vengono datate al periodo “veneziano” di Ceruti, cioè alla seconda metà degli anni trenta del XVIII secolo. “La prima impressione è che l’artista abbia per una volta, e forse perché operante nel Veneto, superato quella sua intrinseca ‘estraneità’ culturale di cui parlava Roberto Longhi, adeguandosi alla ‘bella e accesa materia’ di un Fra’ Galgario […] ma altrettanto vivo è il sospetto che una tale inconsueta vivezza cromatica nasconda una qualche intenzionalità non propriamente pittorica né tantomeno realistico-aneddotica, bensì etica e in qualche misura ideologica, in una contrapposizione ricercata e voluta” (F. Rossi, in Dalla Banca al Museo 1996, p. 92). Il valore simbolico delle due rappresentazioni è stato ampiamente preso in considerazione dalla critica; e se Passamani, nel 1987, faceva notare la grande differenza tra il pendant drammatico ed esistenziale della Famiglia e la spettacolarità e superficialità mascherata esibita nella tela in esame, Rossi, nel 1996, sottolineava la necessità di indagare più a fondo la committenza delle due interessanti pitture, da legare a suo avviso a quegli “ambienti proto-illuministi che il Ceruti aveva frequentato a Brescia e che includevano anche intellettuali come l’antico protettore veneziano Andrea Memmo” (F. Rossi, in Dalla Banca al Museo 1996, p. 93).

Marianna Belvedere

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