opere in mostra

Opere in mostra

 

Giovanni Albrici - Macchina Planetaria

Macchina planetaria
Macchina planetaria

GIOVANNI ALBRICI

(Vilminore in Val di Scalve, Bergamo, 1743 - Bergamo, 1816)
 

Macchina planetaria, ante 1781
metallo, cartone, legno, vetro, cristallo di rocca, 2000 × 1000 cm; globo diametro 800 cm sul piano orizzontale dell’orbita terrestre: “MACHINA PLANETARIA O SIA IL SOLARE SISTEMA DEL MONDO […]” Bergamo, Gabinetto di Fisica del Liceo Classico Statale “Paolo Sarpi”, inv. 01/S
Esposizioni: 1996, Bergamo, Bergamo nel ’700 (senza catalogo); 2003, Bergamo, 200 anni di storia nella storia della città (senza catalogo).
Bibliografia: Mencaroni Zoppetti 1997, pp. 56-61; Serra Perani 2009, pp. 26-30; Serra Perani, Brenni 2012, pp. 355-365.

La macchina planetaria è un grande modello copernicano del sistema solare, con i pianeti, la fascia dell’eclittica e il cielo stellato, racchiuso in una teca esagonale di legno e vetro, apribile su due lati, qui non esposta. Il globo è montato su un piedistallo di legno di noce, a cui è fissato un asse centrale che sorregge il Sole e una prima cassa cilindrica, di legno intagliato e dorato, che nasconde il meccanismo a orologeria, azionato da una molla, responsabile del moto dei pianeti. Una seconda cassa cilindrica, coincidente con il piano dell’orbita terrestre, cela il meccanismo che consente il movimento della Terra, della Luna, di Mercurio e di Venere. Sul piano della cassa è riportata la spiegazione della macchina (pubbl. in Gli strumenti 2009, pp. 28- 29), scritta da Giovanni Albrici, costruttore del planetario e macchinista presso il Gabinetto di Fisica del Collegio Mariano di Bergamo dal 1784 al 1814. Intorno al Sole ruotano i pianeti Mercurio e Venere rappresentati da piccoli cristalli di rocca e sorretti da asticciole d’ottone; la Terra è un globo di circa due centimetri di diametro, sulla cui superficie sono raffigurati i continenti; la Luna, che è una perla di fiume, gira intorno alla Terra. Piccole sfere di metallo sorrette da aste in ottone simboleggiano i pianeti maggiori Marte, Giove, Saturno. Il globo celeste è formato da un’intelaiatura di fili d’ottone che tracciano meridiani e paralleli, ai quali sono fissate delle sagome di cartone, dipinte nelle sfumature dell’azzurro, raffiguranti le costellazioni; le stelle principali sono piccoli cristalli incastonati nelle sagome, mentre le restanti sono dipinte in oro. La calotta superiore del globo è asportabile, così da rendere l’interno perfettamente visibile e accessibile. Alcuni documenti conservati negli archivi antichi aggiungono qualche informazione riguardante l’uso e le caratteristiche costruttive del planetario. Il documento dal titolo Costruzione della Macchina Planetaria e In questa macchina si spiega (Biblioteca Civica di Bergamo, Fondo manoscritti, MMB459 (14), pubbl. in Gli strumenti 2009, Appendice I) riporta nella seconda parte redatta da Lorenzo Mascheroni, insegnante del Collegio Mariano e promotore dell’acquisto del planetario, una guida didattica sull’uso della macchina. La prima parte del documento, redatta dallo stesso Albrici, descrive i particolari costruttivi del meccanismo di ruote e pignoni che doveva consentire il movimento dei pianeti. Il restauro del planetario, effettuato nel 2008 da Paolo Brenni e dai suoi collaboratori – grazie all’iniziativa dell’Associazione ex alunni del Liceo Sarpi e al contributo di vari enti privati –, ha tuttavia permesso di capire che la descrizione citata corrisponde al progetto iniziale, ma non alla sua realizzazione. La descrizione effettiva del meccanismo, corrispondente a quanto possiamo vedere attualmente, è riportata in un documento anonimo, ma attribuibile allo stesso Albrici, dal titolo: La Macchina Planetaria che rappresenta il Sistema Solare del Mondo, conservato nella Biblioteca dell’Osservatorio astronomico di Brera (Biblioteca dell’Osservatorio astronomico di Brera, Miscellanea 5, numero 9, pubbl. in Serra Perani, Brenni 2012).

Laura Serra Perani

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