opere in mostra

Opere in mostra

 

Napoli, Real manifattura delle porcellane di Capodimonte; Giovanni Caselli, decoratore - Sei tazze da caffè con piattino

Sei tazze da caffè con piattino
Sei tazze da caffè con piattino

NAPOLI, REAL MANIFATTURA DELLE PORCELLANE DI CAPODIMONTE GIOVANNI CASELLI, decoratore

(Castagnola Val d’Aveto, Piacenza, 1698 - Napoli, 1752)
 

Sei tazze da caffè con piattino, metà del XVIII secolo
porcellana dipinta e dorata, 6,5 × 8 diametro × 11 cm (la tazza); 2,2 × 13,5 cm (il piattino) marca: giglio blu dipinto sotto la tazza e il piattino (Poche 1989, nn. 46-48) Lovere, Galleria dell’Accademia Tadini, inv. H 50 - H 55
Esposizioni: 2011, Lovere, Porcellane europee, n. III.1.
Bibliografia: Rollo 1967, pp. 251-259; Mottola Molfino 1977, pp. 69-77, figg. 122-129; Ferrari 1982, pp. 50-56; Musella Guida 1986, pp. 246-247, n. 189; Pacia 2011, pp. 80-95 e p. 95, n. III.1.

Le porcellane sono state acquistate dal conte Tadini in occasione del viaggio a Napoli nell’ultimo decennio del Settecento (Albertario 2012, pp. 35-45) e documentano la produzione della manifattura di Capodimonte, aperta nel 1741 da Carlo III di Borbone e da lui trasferita nel 1759 in Spagna. Le tazze hanno forma piuttosto ampia e un manico mistilineo ispirato ai modelli barocchi di Meissen; l’assenza di alloggio per la tazza nel piattino è caratteristica della prima produzione napoletana e conferma la datazione intorno alla metà del Settecento. Vivaci scenette occupano con grande equilibrio lo spazio disponibile, mentre i bordi sono arricchiti da una raffinata decorazione in oro “a merletto”. La proposta di Mottola Molfino di attribuire la decorazione al pittore Giovanni Caselli è stata condivisa negli studi seguenti che hanno assunto le porcellane loveresi come termine di paragone. Caselli, di origine piacentina, è documentato a Napoli dal 1737 e a Capodimonte dal 1744 al 1752 (Compagnone 1981-1982, pp. 345-364). A lui si deve l’invenzione del genere “istoriato” a figure piccole sulle porcellane, con scene “da Watteau”, “alla Watteau” o “di genere” (secondo la classificazione proposta da A. Caròla-Perrotti, in Le porcellane dei Borbone 1986, pp. 83- 88, n. I.3) ispirate a modelli pittorici mediati da incisioni o desunti da repertori illustrati. La decorazione presenta vivaci scene di porto con fari, colonne, obelischi e piramidi animate da svelte figurine di soldati, facchini e personaggi in vesti orientali. Pacia (2011) ha individuato in questa produzione una adesione al gusto per l’esotismo che si stacca dalla produzione abituale della manifattura napoletana, tanto da far pensare alla ripresa da modelli ispirati al Settecento francese peraltro ad ora non identificati. A conferma di quest’ipotesi si può citare la lettera dell’ambasciatore napoletano a Parigi, che nel 1747 scrive di aver difficoltà a trovare “le figure alla Cinese richieste per servire da modello nella Real Fabbrica di Capodimonte” sul mercato parigino, e suggerisce di cercare ad Augusta e a Norimberga (Minieri Riccio 1880, p. 280; Stazzi 1972, p. 75). Proprio la rarità del soggetto, che conferma la riconosciuta abilità di Giovanni Caselli per l’invenzione pittorica, e la qualità della pittura fanno di questo piccolo gruppo una testimonianza importante della produzione napoletana e confermano il precoce interesse del conte Luigi Tadini per il collezionismo di porcellane.

Marco Albertario

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