opere in mostra

Opere in mostra

 

Pietro Bellotti e bottega - Vecchio con bottiglia da pellegrino e globo

Vecchio con bottiglia da pellegrino e globo
Vecchio con bottiglia da pellegrino e globo

PIETRO BELLOTTI E BOTTEGA

(Volciano, Brescia, 1625 o 1627 - Gargnano, Brescia, 1700)
 

Vecchio con bottiglia da pellegrino e globo, 1670-1680
olio su tela, 101 × 87 cm Collezione Banco BPM, inv. BPN-2010
Esposizioni: 2015, Bergamo-Lodi, Grandi Maestri, n. 19; 2017, Perugia, Da Giotto a Morandi, n. 42.
Bibliografia: Anelli 1996, pp. 254-255, p. 385, n. R72; Marini, Rossi 2010, pp. 114-115, n. 26; Da Giotto a Morandi 2017, pp. 100-101.

Dalla terra di Volciano, nei pressi del lago di Garda, Pietro Bellotti si era allontanato dodicenne, nel 1637-1638, per raggiungere quasi immediatamente Venezia, così da assecondare un precoce genio artistico. Discepolo di Girolamo Forabosco, pervenne in seguito a uno stile personalissimo, rielaborando elementi e tendenze peculiari della scuola genovese, napoletana (Ribera, soprattutto) e fiamminga, nonché del realismo lombardo. Bellotti, che solo un anno prima era stato elogiato da Giovanni Giorgio Nicolini in un opuscoletto dal titolo significativo, Le ombre del pennello glorioso, appartiene a pieno titolo alla corrente dei cosiddetti ‘tenebrosi’, anzi, si può senza indugio definire il pittore della decrepitezza. Eccellente nei ritratti, era inoltre l’unico, secondo Marco Boschini (1660, pp. 295-297), a saper dipingere sia in modo “diligente”, riproducendo alla perfezione la realtà, sia “de maniera”, ponendosi in tal modo sulla “strada venetiana” tracciata da Tiziano, Tintoretto, Veronese e Bassano. Alla sfera delle riflessioni dotte non è estranea la tela in esame, che propone la figura di un vecchio rugoso e mendico, vestito di cenci, sorretto da un bastone, con un orcio in ceramica, nella mano destra, poggiato su un globo nel quale si riflette l’immagine di un paesaggio, il cielo carico di nubi plumbee e, nel mezzo, un sole pallido, morente. L’iconografia, oscura nel significato specifico, si riallaccia a tematiche – la povertà, la miseria, la questua – destinate a incontrare grande fortuna anche nell’opera di altri artisti, Giovanni Francesco Cipper, Antonio Cifrondi, Giacomo Ceruti, per citarne alcuni. Il senso ultimo che sottende al genere, preludio alla testa di carattere settecentesca, è la meditazione sulla vita e sul destino immanente dell’umanità, tanto che buona parte della produzione bellottiana consiste in una serie di rappresentazioni di filosofi e, numerose, delle tre Parche, un richiamo evidente, attraverso il lavoro ininterrotto al fuso, alla caducità terrena. Il dipinto è verosimilmente una replica di formato appena minore dell’originale oggi presso la National Gallery di Londra (112,5 × 91,5 cm), che la critica più recente fa risalire ai tempi del soggiorno milanese di Bellotti, verso il 1670-1674 (Anelli 1996, p. 249 e p. 382, n. R60). Davvero scarne sono le notizie sui discepoli e sugli emuli del pittore, di cui spesso non conosciamo che l’identità, dal duca di Ucedo, governatore di Milano, a una certa “Marianna Ebrea” veneziana, fino al mantovano Girolamo Nosone e al limonese Giovanni Battista Piantoni (ivi, pp. 341-353). Il confronto tra le due versioni cade senza dubbio a favore di quella inglese, che si palesa in pieno autografa per l’attenzione estrema al dettaglio, per il sembiante carico di forza espressiva, per la naturalezza nella resa della pelle avvizzita e dei solchi marcati dell’età, sul volto come sulle mani nodose; nell’altra, invece, la pennellata non mostra la medesima scioltezza, ed evidenti paiono alcune debolezze compositive, anzitutto nel paesaggio, semplificato, dove vengono a mancare le figurine virili, parte sedute a un tavolo e parte in piedi, che sostano a fianco dell’edificio rurale. Non vi è dubbio, comunque, che la copia, per la sua buona qualità, sia stata eseguita dalla bottega sotto la sorveglianza stretta del maestro, tanto abile da “salta[re] un passo avanti al natural” e da “trasformar in carne i so colori” (Boschini 1660, p. 514).

Paolo Delorenzi

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