opere in mostra

Opere in mostra

 

Eleuterio Pagliano - Fruttivendola; costume di Normandia

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ELEUTERIO PAGLIANO

(Casale Monferrato, Alessandria, 1826 - Milano, 1903)
 

Fruttivendola; costume di Normandia, 1871
olio su tela, 108 x 78 cm fi rmato e datato a sinistra, verso il centro: “PAGLIANO/1871” collezione privata
Esposizioni: 1871, Milano, Esposizione delle opere, n. 350. Bibliografi a: Esposizione delle opere 1871, n. 350, p. 38; Boito 1871, p. 403; “L’arte in Italia” 1872, p. 16, tav. 1; M. V. Predaval, in Lavoro e socialità 2001, n. 1, p. 26, ill.

All’esposizione di Belle Arti di Brera del 1871 Eleuterio Pagliano presentò quattro opere: La vendemmia; costume pompeiano, Mezza fi gura muliebre, Ritratto virile e Fruttivendola; costume di Normandia. Quest’ultima, in particolare, riscosse l’apprezzamento di Camillo Boito sulle pagine della “Nuova Antologia” per l’intenso naturalismo della fi gura: “Essa pare persona viva. Le sue guance sono di un bel rosa incarnato, le sue labbra d’un bel rosso corallino, i suoi occhi grandi, neri, fatti in forma di mandorla, i suoi capelli corvini. La natura non fu discussa e corretta: fu riprodotta; e la novità viene così dal carattere del modello, come dalla schiettezza franca e quasi ingenua dell’esecuzione. Il Pagliano, dopo avere cercato di qua e di là uno stile, ha finalmente trovata la sua strada”. Acuto commentatore dell’arte contemporanea, Boito registra prontamente la spontaneità e la freschezza esecutiva dell’opera, uno studio dal vero che si inserisce nella tradizione della pittura di genere senza concessioni alla convenzionalità di posa e di espressione. L’elaborazione di questo linguaggio innovativo, di chiara matrice verista, si era rafforzato sull’esempio e dalla frequentazione di Domenico Morelli, caposcuola del naturalismo napoletano, ospite nello studio di Pagliano durante il soggiorno milanese del 1861. Fondamentale per i successivi sviluppi dell’arte lombarda, quell’episodio segna la ricerca espressiva del pittore che – come osserva Boito – aveva trattato con versatilità diversi generi, raggiungendo una notorietà internazionale grazie ai vincoli commerciali stretti con il mercante d’arte parigino Alphonse Goupil. Ritrattista, autore di scene di ispirazione neo-settecentesca, composizioni allegoriche, temi tratti dalla storia antica e contemporanea, all’interno di un itinerario non sempre coerente, Pagliano sperimenta composizioni sintetiche, ampie stesure cromatiche di intensa brillantezza e decisi contrasti chiaroscurali. Caratteristiche rintracciabili anche nel dipinto qui esposto, che si qualifica per la forza espressiva della fi gura, delineata contro il fondo scuro e arricchita dai dettagli delle vesti, dal cesto con la bella natura morta e dalla bilancia – la stadera – nella mano sinistra. L’accostamento del verde acceso delle foglie con il bianco e il rosso dell’abito a comporre il tricolore italiano sembrerebbe nascondere un’allusione alla recente annessione di Roma al Regno d’Italia, nonché un omaggio alla giovane nazione da parte di uno dei protagonisti delle guerre di unificazione. Pagliano, infatti, fu pittore-soldato e difensore della Repubblica Romana nel 1849, al seguito di Luciano Manara, che ritrasse sul letto di morte in uno dei dipinti più celebri e coinvolgenti del Risorgimento italiano (Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna). La critica dell’epoca, tuttavia, apprezzò soprattutto la modernità dell’immagine, vivida e penetrante nella sua apparente semplicità. Nel gennaio del 1872 sulla rivista “L’Arte in Italia” comparve una riproduzione all’acquaforte del quadro, incisa dal suo stesso autore, accompagnata da un commento che ne esaltava il potere di fascinazione: “Sorride a fi or di labbra, placidamente – con una impercettibile trasparenza di ironia. […] Conosciamo questi sorrisi che tengono dell’enigma – che sono diafani come le ali d’una libellula, e profondi, misteriosi come una lontananza”.

Elena Lissoni

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