opere in mostra

Opere in mostra

 

Gianni Vigorelli - Maternità V

12 Vigorelli AMF 9986 pixel
12 Vigorelli AMF 9986 pixel

GIANNI VIGORELLI

(Tormo di Crespiatica, Lodi, 1916 - Lodi 1998)
 

SMaternità V, 1970 circa
bronzo, 61 x 20 x 19 cm firmato sul retro della spalliera del sedile, a incisione stampigliata: “G.VIGORELLI” collezione privata
Esposizioni: 1999, Lodi, Gianni Vigorelli scultore, n.V; 2007, Lodi, Arte è passione, s.n; 2017, Maleo, La poesia nella scultura, s.n. Bibliografia: Gipponi 1997, pp. 13,53 (ili.); Gianni Vigorelli sculto¬re 1999, p. 23 (ilL);T. Gipponi, in Arte è passione 2007, p. 49; La poesia nella scultura 2017, p. 23 (ili.).

Quinto di una serie di Maternità, tra le quali figura come unica fusione nell’insieme di terrecotte predominanti nella produzione di Vigorelli, il bronzo è un esemplare unico, rappresentativo di una delle fasi di ricerca dell’autore segui­te al periodo della classicità derivato da Francesco Messina, suo maestro all’Accademia di Brera alla quale risulta iscritto dal 1938 al 1942. Negli stessi anni frequenta il laboratorio di Ettore Archimi, al numero 23 della via lodigiana oggi a lui intitolata, nel quale lavorerà dopo la morte dell’amico a Flossenburg nel 1944, trasferendo successivamente lo stu­dio a Milano e, nel 1967, nella cappella al primo piano di Palazzo Barrii in corso Vittorio Emanuele a Lodi. Al movi­mento della modellazione pittoricistica e tardo scapigliata di Archimi, Vigorelli contrappone da subito una dimensio­ne più mentale della plasticità, trasfusa in volumetrie net­te e sintetiche, tendenti all’ideale di armonia geometrica. Le masse bloccate della raffigurazione della madre e del bambino si articolano nella scultura in esame in forme tondeggianti e semplificate, che traggono i suggerimenti più preziosi dallo studio della scultura arcaica: un punto di riferimento evidente nell’opera dell’artista, specie nella fase centrale della sua ricerca, e però già affiorante in terre­cotte del 1947 come MarioUna (collezione privata). Palese risulta anche l’ammirazione per il linguaggio espressionista,
con sguardi ad Arturo Martini e a Giacomo Manzù, che Vigorelli fonde con i richiami all’antico: le figure che ne derivano rimandano a un mondo di forme originarie, l’ac­centuazione dell’ovale dei volti e l’aUungamento di parti­colari anatomici come il collo e le gambe accompagnati all’ingrandimento dei volumi delle mani. L’inginocchiata (1981), Ovoidale (1987) o Vestale (1988), tutte in collezioni private, sono alcune delle sculture avvicinabili stilisticamen­te alle Maternità, ma nate in una fase successiva del percorso autocritico e appartato di Vigorelli che nel 1942 declina l’invito a partecipare alla Biennale di Venezia e rifiuta nel 1964 la cattedra al liceo artistico di Brera, preferendo l’inse­gnamento nelle scuole lodigiane. Refrattario alle esposizio­ni dopo le iniziative della fine degli anni trenta e del decen­nio successivo, solo dopo la sua scomparsa l’amico scrittore e critico d’arte Tino Gipponi sarebbe riuscito a riassumere il suo percorso nell’ampia antologia del 1999 alla lodigiana chiesa di San Cristoforo. Le tre figure citate dichiarano la permanenza dei modi arcaico-espressionisti caratterizzanti l’opera in mostra, ancora negli anni ottanta, più intensa­mente segnati dai volumi geometrici indaganti i rapporti tra scultura e architettura, anticipati negli anni sessanta: un ambito che trova il massimo esempio nel Monumento alla Resistenza inaugurato a Lodi in piazza Medaglie d’Oro nel 1967, “in assoluto il più bello e artistico lavoro pubblico della nostra città, ormai conosciuto con l’appellativo di Belfagor inventato dalla sagacia popolare” (Gipponi 1997, p. 17). Nelle madri ritratte in postura seduta, le ginocchia distanziate compongono nelle linee di congiunzione con i piedi riuniti il modulo triangolare che nel versante archi­tettonico della scultura vigorelliana diventa protagonista in volumi invece spigolosamente puntuti. Immobili nel por­tamento solenne, le figure reggono il figlio a esse congiun­to quali archetipi di maternità sacre o primitive.

Marina Arensi

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