opere in mostra

Opere in mostra

 

Giovanni Maria Mossa - Ritratto di popolana

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GIOVANNI MARIA MOSSA

(Tempio Pausania, Sassari, 1896 - Pianico, Bergamo, 1982)
 

Ritratto di popolana, 1923
olio su tela, 153 x 87 cm fi rmato in basso a sinistra e in alto a destra “G. M. Mossa 1923”
collezione privata

Nel 1923, Giovanni Maria Mossa presenta a Milano, alla Esposizione Nazionale di Brera, il dipinto Escutando o fado (Tipo e costume sardo) (Esposizione Nazionale d’Arte 1923, n. 258). Non sono noti dati documentari attestanti l’identifi cazione dell’opera citata nel catalogo della mostra con il quadro in esame, acquistato circa vent’anni fa sul mercato antiquario con il titolo generico di Ritratto di popolana e, secondo i ricordi del venditore, proveniente da una collezione privata. Si tratta tuttavia di un’ipotesi che, con tutte le cautele del caso, è ragionevole avanzare. Il soggetto è infatti una giovane donna in costume, ritratta nella grandezza naturale che rende il dipinto un lavoro imponente, eseguito probabilmente per un’occasione di rilievo come era la rassegna annuale di Brera. Non si può escludere inoltre che la posa indichi un atteggiamento di ascolto della musica indicata dal titolo, che la giovane si dispone ad accompagnare con passi di danza. Infi ne, è raffi gurata nell’abbigliamento di un costume popolare avvicinabile a quelli tradizionali sardi, sicuramente vivi nei ricordi dell’autore che nella terra di origine, lasciata per frequentare a Milano l’Accademia di Brera, era tornato negli anni della Grande Guerra, combattendo nella Brigata Sassari (Comanducci 1973, p. 1284). Le biografi e citano Mossa come allievo prima di Cesare Tallone e poi di Ambrogio Alciati (Comanducci 1973, p. 1284), anche se l’alunnato presso Tallone non è documentato nei registri, mancanti per il periodo bellico che coincide temporalmente con gli anni degli inizi accademici dell’autore. La vittoria del Premio Hayez nel 1921 e del “Canonica” nel 1924 (Studio di nudo e Il Lottatore, entrambi all’Accademia di Belle Arti di Brera) avevano segnato il suo percorso giovanile, per il quale il Ritratto di popolana rappresenta un riferimento stilistico. La fi gura è tracciata nella pastosità della pennellata che sfuma i contorni, eredità dei maestri di Mossa a Brera nel solco di ricordi tardoscapigliati, senza dissolvere la saldezza cromatica dell’insieme costruito sul dialogo tra i bianchi avorio e le profondità dei rossi, sul bruno dello sfondo. Un’indefi nita sensualità pervade l’immagine della donna dalle labbra tumide e dai profondi occhi scuri, nel dialogo tra luci e ombre: un annuncio dell’interesse per le ricerche luministiche approfondite dall’autore nel prosieguo, specie nel prediletto genere del ritratto entro il quale si collocano le sue prove migliori, di convincente interpretazione psicologica. La controllata densità del colore sarà allora affi data a pennellate più defi nite, mai prive però di vaporosa libertà, come in Primi sogni (Giovanni M. Mossa 1977, n. 52) o Ritratto di Rosita Levi Pisetzky (Signore di Milano 1997). Soggetto frequentato specie negli ultimi decenni dell’Ottocento, dopo il suggello dell’Unità d’Italia, la raffi gurazione di donne in costume regionale trova nell’opera di Mossa altri esempi in dipinti come L’Andalusa o La Ciociara. Meritevole di approfondimento può essere ritenuta anche l’identità della donna raffi gurata, di evidente rassomiglianza con i tratti di Teresa Tallone, fi glia del pittore Cesare, così come si presentano nella fotografi a scattata nel 1911 dal lodigiano Emilio Sommariva, fotografo dell’aristocrazia milanese. Se appare poco probabile il ruolo di modella della Tallone, che all’epoca del quadro era madre ventinovenne di due bambini nati dal matrimonio con il gallerista Enrico Somaré, è certo però che la fotografi a fu pubblicata e presentata dal Sommariva in varie esposizioni.

Marina Arensi

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