opere in mostra

Opere in mostra

 

Giulio Aristide Sartorio - L’Aratura di novembre

15 Lodi 27 AH01736AFCeps
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GIULIO ARISTIDE SARTORIO

(Roma, 1860-1932)
 

L’aratura di novembre, 1914
tempera su cartone, 57,5 x 77 cm fi rmato e datato in basso a sinistra: “G. A. Sartorio. Roma. 1914” Milano, Collezione Fondazione Cariplo, inv. AH01736AFC
Esposizioni: 1914, Venezia, Mostra individuale, n. 41; 1934, Milano, Mostra delle opere di Giulio Aristide Sartorio, n. 37; 2008-2009, Bergamo, Ottocento tra realtà e sogno, s.n.; 2017, Novara, Sentieri di luce, n. 27. Bibliografi a: Angeli 1914, p. 78, n. 41, s. ill.; G. Nicodemi, in Mostra delle opere di Giulio Aristide Sartorio 1934, p. 21; S. Rebora, in Le collezioni d’arte 1999, n. 220, pp. 321-322, ill.; A. Crippa, in Sentieri di luce 2017, n. 27, pp. 78-79.

“Man mano che la via Appia scende nelle paludi un silenzio innaturale comincia a gravare sul paesaggio. […] Nei rari casali, nelle povere osterie, vi salutano uomini dall’aspetto fraterno ma come scaturiti dal passato. Gli archi della strada superano canali fangosi nei quali si vedono bufali immobili, mentre rari guizzi accusano i pesci […]. Pare d’essere piombato in un paesaggio arretrato nei secoli; pare d’essere precipitati in una specie di Stige e la nostra vita civile sembra un inganno, un’illusione”. Queste parole pronunciate da Giulio Aristide Sartorio durante una conferenza tenuta a Terracina (Serra 1908, pp. 281-282) esprimono con chiarezza il potere di fascinazione che la campagna romana esercitava sull’artista. A questo tema si era dedicato fi n dagli anni novanta, come attesta una serie di pastelli esposti nel 1894 in occasione della mostra indetta dalla Società “In Arte Libertas” di Roma, della quale Sartorio era membro dal 1890. Settantatré opere – tra tempere e pastelli – furono poi esposte a Roma nel salone Corrodi e, di nuovo, a Londra presso la Fine Art Society nel 1908. Reduce dalla stagione di successi culminata con la decorazione del Fregio del Parlamento (1908-1912), nel 1914 il pittore catturò nuovamente l’interesse del pubblico e della critica con l’esposizione individuale dedicatagli dalla XI Esposizione Internazionale d’arte della città di Venezia, dal titolo La campagna romana, che riuniva oltre ottanta tempere sul tema, tra le quali anche L’aratura di novembre. Nei secoli la campagna romana aveva attirato pittori provenienti da tutta l’Europa, spinti dalla ricerca dell’ideale classico nel paesaggio e attratti dai resti degli antichi monumenti che punteggiavano il territorio. A essi guarda con interesse anche Sartorio riconoscendovi “le vestigia delle glorie e degli avvenimenti […], significanti, vigili, ammonitrici”, parte integrante di un paesaggio naturale antico e immutabile, nel quale anche il lavoro quotidiano dell’uomo assume una dimensione quasi sacrale. Nell’opera in mostra, come pure ne La raccolta del fieno (Terracina), Il trasporto del legname, Cave di Travertino a Tivoli, l’essenza mitica della campagna e del lavoro contadino è restituita attraverso immagini di grande immediatezza visiva, sfruttando punti di vista ribassati o visioni dall’alto a volo d’uccello, certamente riconducibili all’ausilio della fotografi a. L’interesse di Sartorio per il nuovo mezzo tecnico, maturato nel cenacolo romano del conte Gégé Primoli, con Gabriele d’Annunzio, Francesco Paolo Michetti, Matilde Serao, si concretizza in una serie di scatti fotografi - ci, poi rielaborati attraverso tagli, ingrandimenti, montaggi, con un procedimento che sarà nuovamente adottato nelle scene tratte dal fronte della Prima guerra mondiale. Questa matrice fotografica si ritrova con evidenza anche nell’opera in mostra, dove sotto gli occhi di un fattore a cavallo, alcuni buoi dal manto bianco e grigio solcano la terra sulla quale cresce una sterpaglia alta: l’inquadratura chiusa dall’orizzonte alto del pendio scosceso ci proietta nella scena, quasi a contatto con le bestie aggiogate che sembrano farsi carico di una storia millenaria, tramandata dagli ultimi eredi di un’era prossima alla conclusione.

Elena Lissoni

 

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